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1 gennaio 2017

BUON 2017!

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Happy New Year to you all!

Buon Anno a tutti, che sia ricco di pace, serenità, salute, gioia e amore!





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6 luglio 2016

Weekend a Santiago de Compostela


In questo racconto vi parlerò di una città meravigliosa che ho avuto la fortuna di visitare: Santiago de Compostela. E’intitolata a San Giacomo perché in un monte nel territorio della città furono ritrovate nel XIX secolo le spoglie del santo e fu costruita una basilica in suo onore dal re Alfonso II. L’antichissima Cattedrale dedicata a San Giacomo il Maggiore, chiamata anche Cattedrale Metropolitana di San Giacomo di Compostela è la chiesa più importante dell’arcidiocesi di Santiago, ed è uno dei santuari più famosi del mondo. E’ stata realizzata in stile barocco (la facciata venne eretta solo nel 1738) e ai lati si innalzano due torri di circa 76 metri costruite nel periodo medievale. La torre di destra viene chiamata la Torre della Campana in cui si trova la statua di Santa Maria Salomè (la madre di Giacomo), mentre nella torre sinistra (Torre de la Carraca) giace la statua di Zebedeo, il padre.Il Portico de la Gloria, visibile appena all’interno della cattedrale, è un capolavoro dell’arte romanica, molto più antico delle torri e fu costruito da Ferdinando II di Leon intorno alla fine del 1100. Al centro della cattedrale si trova La Capilla Mayor (presbiterio) in cui è visibile un altare maggiore con un baldacchino, entrambi in stile barocco.    







Santiago de Compostela è meta di pellegrinaggi da tutto il mondo. I primi pellegrini giunsero in città oltre mille anni fa, dopo che nell’812 fu scoperta la tomba dell’apostolo Giacomo. Il giorno 23 ottobre del 1987 il Consiglio d’Europa ha riconosciuto l’importanza culturale del percorso religioso dei pellegrini e lo ha dichiarato “itinerario culturale europeo” donando anche alcuni fondi europei in modo che il cammino fosse adeguatamente tracciato. Dal 1985 i pellegrini in visita al santuario che percorrono il famoso “Cammino” si sono moltiplicati ogni anno (la maggior parte di pellegrini sono di origine straniera, soprattutto francesi, tedeschi e italiani).
Esistono sei differenti percorsi: Francese (775 km), del Nord (815 km), Primitivo(268 km), Inglese (155 km), Portoghese (119 km), via della Plata (705 km).
Il cammino francese, il più consigliato, parte da Saint Jean Pied de Port,un paese sui monti Pirenei nelle vicinanze del confine. Bisogna seguire il percorso segnato con la classica Concha amarilla ovvero conchiglia gialla, o in alternativa con una freccia. Normalmente le tappe del percorso sono ogni 25 km(in tutto si tratta di circa 775 km), è possibile percorrerle a piedi, in bicicletta o a cavallo, ed è accessibile anche alle persone diversamente abili.

Consigli utili per affrontare il Cammino di Santiago: è indispensabile portare nello zaino che deve pesare non più del 10%del peso corporeo della persona: codice fiscale, carta di identità, kit di pronto soccorso, costume da bagno, sacco a pelo, borraccia, ciabatte, crema solare, impermeabile, sapone da bucato, scarpe comode, vestiti leggeri o pesanti a seconda della stagione, frutta secca e cioccolato, acqua, bastone e conchiglia di Santiago, il simbolo del Cammino.

Il saluto tipico fra pellegrini è “ultreia et suseia”,significa “più in alto e più in là” c’è Santiago.

La Compostela è il certificato che accredita il pellegrinaggio e si riceve solo se si arriva a Santiago percorrendo gli ultimi 100 km a piedi o a cavallo, o gli ultimi 200 km in bicicletta.

Il Botafumeiro è invece un enorme incensiere che si usava fin dall’Età Media per purificare l’aria della Cattedrale di Santiago colma di pellegrini. Misura 160 cm e pesa 68 kg, sono necessari 8 uomini per agitarlo. Lo si può vedere in azione dodici giorni l’anno.

Arrivare alla Cattedrale di San Giacomo e vedere tantissimi pellegrini provenienti da ogni parte del mondo, che dopo giorni e giorni di cammino, arrivano alla meta, salutandosi e abbracciandosi, è un’emozione indescrivibile.

La città di Santiago offre anche altri luoghi di interesse, come la piazza che ospita la cattedrale, Praza do Obradoiro, sulla quale si affacciano il Collegio di San Jeronimo e quello Fonseca, il Pazo Raxoi, un palazzo in cui si svolgono le mansioni amministrative e l’Ospedale Reale con uno dei più ammirevoli Hotel di tutta la Spagna. Altra piazza molto suggestiva è quella posta alle spalle della cattedrale, Praza da Quintana: qui possiamo ammirare la Casa del Cabido,la Casa da Conga e la Casa della Parra, ma anche alcuni edifici religiosi come la Chiesa di San Martino, quella di San Miguel eil Monastero di San Francisco e San Martino.
Interessanti anche il Museo delle Peregrinazioni e quello del popolo galiziano.








La maggior parte dei ristoranti sono tra Rùa do Franco e Rùa da Raìna, mentre per dormire si trovano hotel e ostelli a buon prezzo.
A Santiago de Compostela, come in tutti i paesi della Galizia, la cucina offre piatti a base di pesce e crostacei, come le vongole "Ameixas", le cozze"Mexillons e Navajas", diversi tipi di capesante"Zamburinas", granchi, astici.
Il piatto caratteristico di Santiago è il "Pulpo a la gallega o alla Galiziana", cioè polipo condito con paprika e olio d'oliva. 
Altri piatti tipici sono la Caldeirada, uno spezzatino di pesce con patate e il Caldo gallero, un brodino di pesce, annaffiati dal vino bianco Ribeiro. Tra i dolci ricordiamo la "tarta de Santiago", una torta a base di mandorle e i Churros, pastelle fritte spolverate con lo zucchero, ottimi anche a colazione accompagnati da una cioccolata calda.




permalink | inviato da Franci82 il 6/7/2016 alle 13:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


27 marzo 2016

BUONA PASQUA!

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TANTI AUGURI DI BUONA PASQUA A TUTTI!




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1 gennaio 2016

BUON 2016!

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AUGURI A TUTTI PER UN MERAVIGLIOSO 2016! 

HAPPY NEW YEAR!





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26 dicembre 2015

Viaggio nella Valle Incantata, tra paesaggi mozzafiato e Mercatini di Natale

 
 

 

 
 

 

 

 
 

 

 
 

 
Un paio di settimane prima di Natale sono andata in Trentino a visitare alcuni splendidi paesi, resi ancora più magici dall’atmosfera natalizia. La prima tappa del nostro viaggio è stata nel Veneto, precisamente a Sirmione, la città delle terme, di Catullo e Maria Callas, posta lungo la penisola omonima che si protende all'interno del Lago di Garda per circa quattro chilometri e che divide in due parti la riva lacustre meridionale. 

Camminando per le vie della città abbiamo visitato la Chiesa di Sant'Anna, dedicata alla madre della Madonna, fu costruita nel ‘400 al servizio della guarnigione veneta posta a difesa della rocca.

All'interno sono presenti affreschi votivi del ‘500 e un dipinto su pietra raffigurante la Madonna e uno stemma degli Scaligeri. La tappa successiva è stata la Chiesa di Santa Maria della Neve, detta anche Santa Maria Maggiore. Fu edificata nel ‘400 sopra i resti della chiesa di San Martino in castro, dalla quale proviene parte del materiale utilizzato nella costruzione. La facciata settentrionale poggia sull'antico muro che cingeva la cittadina. La facciata d'ingresso è decorata in terracotta ed è caratterizzata da un portico a cinque arcate, in origine facente parte del cimitero come dimostrano alcune tombe poste sul pavimento dello stesso. Gli affreschi votivi sono del ‘400 come la statua lignea che rappresenta una "Madonna in trono". Il crocifisso è del ‘500 ed è attribuito a Domenico Brusasorzi, mentre l'organo risale al ‘700.

La terza tappa è stata la Chiesa di san Pietro in Mavino, dedicata all'apostolo Pietro. Si trova sul punto più alto della penisola e probabilmente prende il nome dal latino summa vinea, ovvero vigna collocata sulla sommità, da cui Mavino. L'edificio originale, in stile romanico, fu ricostruito e sopraelevato attorno al 1320, mentre il campanile fu eretto nel 1070 mantenendo lo stesso stile della chiesa. Successivamente abbiamo visitato l’Oratorio dei Santi Vito e Modesto, dedicato ai patroni originari di Sirmione, i martiri Vito e Modesto, che si trova a metà strada tra la località Colombare e il centro di Sirmione. Passeggiando per le graziose stradine della città ci siamo poi imbattuti nel Palazzo Maria Callas, nella centralissima piazza Carducci, dedicato alla famosa cantante lirica. L’abitazione, detta anche Villa Meneghini-Callas, apparteneva in origine alla famiglia dei Giannantoni, industriali della borghesia lombarda, ed è diventata poi di proprietà dell'imprenditore Meneghini, che visse a Sirmione negli anni ’50 con la moglie Maria Callas.

Il meraviglioso castello scaligero è invece una rocca a guardia dell'unico punto d'accesso meridionale al centro storico. Fu costruita dagli Scaligeri, da cui prese il nome, durante il XIII e il XIV secolo in due fasi: la prima sotto Mastino I, l'ultima sotto Cangrande I. Circondato dalle acque del Lago di Garda, è difeso da tre torri e dal maschio, alto quarantasette metri. Ad oriente del castello è presente la darsena fortificata per il rifugio della flotta. Le merlature della rocca sono a coda di rondine, mentre quelle della darsena sono a punta di lancia.

Meritano una visita anche le Grotte di Catullo, una domus romana edificata tra la fine del I secolo a.C. e il I secolo d.C. sulla punta della penisola di Sirmione. Il complesso archeologico è la testimonianza più importante del periodo romano nel territorio comunale ed è considerato l'esempio più rilevante di villa romana presente nell'Italia settentrionale. Il termine "Grotte" deriva da una tradizione quattrocentesca, quando le rovine, prima degli scavi, apparivano sotto forma di caverne. Sempre la tradizione, identifica la villa come appartenuta a Gaio Valerio Catullo che in un carme sostenne di possedere proprietà a Sirmione. Non vi è tuttavia alcuna certezza che la costruzione fosse la stessa dove visse il poeta latino. Il sito copre un'area di circa due ettari. La struttura ha una pianta rettangolare lunga 167 metri e larga 105 m, con un giardino, ora utilizzato come oliveto, al centro.


 

 
 

 

 

 
 
 
 

 

 
 

 
 

Lasciata Sirmione, abbiamo poi proseguito il nostro viaggio attraverso la bellissima Valsugana, fino al borgo di Pergine Valsugana, luogo incantevole dove tra l’altro è stata girata la fiction di Raiuno “La Dama Velata” con Miriam Leone.

La cittadina, affacciata sulle azzurre acque del lago di Caldonazzo, nella cosiddetta Valle Incantata, ha un suggestivo centro storico, adagiato ai piedi del possente castello, ed è caratterizzata da numerose chiese antiche e palazzine patrizie in stile rinascimentale.

Esistono numerose ipotesi sull'origine del nome del paese: nel Settecento si avanzò l'ipotesi che derivasse dal nome del torrente Fersina, chiamato così perché attraversa una zona ricca di miniere di ferro; sempre dal nome del torrente ci sarebbe stato il passaggio a Persina e poi a Pergine. Altre ipotesi spiegano che Pergine è una forma locativa di Pergo, luogo elevato: perg forse parallelo di Berg (monte). Un'altra ritiene che il nome della città derivi da Pyrgus, da cui l'italiano pergamo e pergus, poggio. Recentemente si preferisce la derivazione da colle-altura, collegata all'esistenza di un fortilizio. Alcuni, però, si rifanno agli studi sul toponimo Pergine Valdarno, in provincia di Arezzo: nel secolo scorso si faceva risalire il nome ad una lingua primitiva, probabilmente quella dei Liguri, i quali avrebbero influenzato il mondo degli Etruschi. Verso la metà del secolo scorso si ipotizzò che Pergine derivasse dal termine Perga-Parga, che significa fienile, capanna. Alcuni studiosi invece ritengono che i toponimi con suffisso -ine sono di origine orientale o etrusca e indicano una fonte d'acqua: Pergine deriverebbe secondo questa ipotesi da Perku-ine cioè sorgente sul colle. Quest'ultima è l'ipotesi più accreditata.

Abbiamo visitato la Chiesa convento dei Padri Francescani, costruita nel 1905, la Chiesa Parrocchiale di Santa Maria, edificata nel 1556 sopra una più antica del 1183, la Chiesa di Santa Elisabetta, edificata nel 1633 e dedicata a Santa Elisabetta, regina del Portogallo, e la Chiesa di San Rocco, eretta nel 1631 dopo che Pergine era stata risparmiata da un'epidemia di peste.

Quindi ci siamo recati al Mercatino di Natale per pranzare tra i canti del coro alpino, le luci natalizie, bellissimi animali (cani, pecore, pony, asini) e i profumi dei prodotti tipici locali. Nelle vicinanze è situato il Santuario della Comparsa con il monumento al Redentore, al cui interno si trova anche la riproduzione della Scala Santa di Roma, posto in cima al colle della Comparsa. Lungo la salita fino in cima al colle si celebra la "Via Crucis".


 


 

 
 

 
 

 

 

 
 

 

 
 

 
 

 
 

 

 

Nel primo pomeriggio ci siamo spostati a Miola, frazione di Baselga di Pinè, una borgata affascinante dove si tiene la caratteristica manifestazione “El Paés dei Presepi”. Il luogo, intriso di intima atmosfera natalizia, esprime al meglio lo spirito della Natività grazie agli abitanti che allestiscono tra i portici, le finestrelle delle case, i sottoscala e le stalle, più di cento presepi artigianali. E’ stato molto piacevole passeggiare tra le stradine del paese e ammirare i presepi artistici costruiti con differenti materiali, dai gusci di noce, al legno, dai Lego alla carta.  

Il centro dinamico della vita sportiva di Baselga di Pinè è lo stadio del ghiaccio Ice Rink Pinè. L'impianto ospita un palazzetto coperto e un anello olimpionico che è considerato fra i migliori al mondo. La pista vanta il sesto posto fra le cento più veloci a livello globale ed è sede federale per i raduni della nazionale di pattinaggio di velocità su pista lunga. Ma l'Ice Rink Pinè offre la possibilità di praticare altri sport: oltre all'hockey, al broomball, al curling e al pattinaggio artistico, che hanno sede nel palazzetto coperto, nei pressi della struttura si possono praticare il tiro con l'arco, il pattinaggio a rotelle, il calcetto, la mountain bike. Per quanto riguarda quest'ultima attività, il paesaggio montano della zona offre numerosi e interessanti itinerari: ideale per i principianti è il giro dei Laghi di Serraia e Piazze, mentre per i più esperti vi è la possibilità di raggiungere i 1955 metri del Dosso di Costalta. 


 

 


 
 

 

 


Abbiamo infine raggiunto Levico Terme, città a pochi chilometri da Trento, che comprende il parco storico più grande della provincia, nel quale si possono trovare 76 specie di alberi e un totale di 125 specie arbustive. Un'oasi naturale, tranquilla e piacevole da visitare. La storia del parco inizia nel  1898, quando Giulio Adriano Pollacseck comprò un terreno arativo di pregio (su cui erano coltivati viti e gelsi) per la ragguardevole somma di 100.000 fiorini con lo scopo di costruire un luogo termale e un albergo. Nel 1900 il giardiniere Georg Ziehl disegnò il parco e nacque poi un grande giardino termale con varie passeggiate, che venne inaugurato nel 1905. A quell'epoca risalgono le tuie giganti e la Villa Paradiso. A partire dal 2004 all'interno del Parco viene allestito il Mercatino di Natale di Levico Terme, da fine novembre fino all’Epifania, con le caratteristiche "casette" in legno disposte lungo i viali. E proprio qui, nel Parco Asburgico, si assapora la vera magia del Natale, quando il tramonto invade il mercatino con delicate sfumature infuocate e l’atmosfera diventa ancora più affascinante. Le luminarie regalano un clima festoso, i profumi di cannella, di frittelle, di strudel  e di biscotti appena sfornati inebriano l’aria mentre i cori alpini intonano i tradizionali canti natalizi. Le bancarelle in legno propongono raffinati oggetti di artigianato locale, idee regalo e gustose specialità gastronomiche, dai canederli allo speck, dai formaggi come il biancone e il puzzone di Moena alla treccia, ai vini, fino all’originale Parampampoli, la tipica bevanda locale a base di caffè, grappa, vino e zucchero. C’è poi Babbo Natale che raccoglie le letterine con i desideri dei bambini e il Villaggio degli Elfi dove grandi e piccoli possono ascoltare fiabe e canzoni.

Meritano una visita la chiesetta settecentesca della Madonna del Pezo (Madonna del Pino), di dimensioni molto ridotte e a cui i levicensi sono particolarmente affezionati, posta vicino al Parco delle Terme, e la Chiesa parrocchiale, situata nel centro della città e dedicata al SS. Redentore, che è stata costruita tra il 1872 e il 1877 dall'architetto Leopoldo de Claricini sul sito di una chiesa medioevale. La grande statua del Redentore sopra l'ingresso della chiesa è del 1946, l'altare maggiore, di Josef Runggaldier risale al 1882 così come il Crocifisso con statue lignee.

Dopo una splendida e intensa giornata, è arrivata l’ora di fare ritorno a casa, con negli occhi e nel cuore la magia dei paesaggi del Trentino e dei suggestivi paesi che abbiamo visitato.   


25 dicembre 2015

BUON NATALE!

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Il vero messaggio del Natale è che noi tutti non siamo mai soli.

BUON NATALE! MERRY CHRISTMAS!






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24 dicembre 2015

Le origini delle tradizioni e dei simboli natalizi

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Natale è alle porte. Lo scorso anno vi avevamo raccontato le tradizioni gastronomiche italiane e del mondo, quest’anno andiamo a scoprire le origini di alcuni simboli del Natale, come l’albero, il presepe, Babbo Natale, il panettone e i canti natalizi.

Il primo antenato dell’albero di Natale fu eretto nella piazza centrale di Tallinn nel 1441. Tutti i giovani della città ballavano intorno all’abete per trovare la propria anima gemella. In quel periodo non si usava ancora addobbare l’albero. Questa tradizione ha avuto inizio in Germania, precisamente a Brema, nel 1570, quando per la prima volta furono utilizzate decorazioni come datteri, mele, noci e fiori di carta. In realtà però il primato tedesco è conteso con Riga, infatti nella capitale della Lettonia è presente una targa in otto lingue in cui si parla del “primo albero di Capodanno”, datata 1510.

La tradizione italiana vuole che l’albero di Natale venga preparato insieme alla famiglia, addobbato con le decorazioni preferite e illuminato con tante piccole luci l’8 dicembre.

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Il presepe deve invece le sue origini a San Francesco d’Assisi. La Natività era già presente in molte opere pittoriche ma fino al 1223 nessuno aveva mai raffigurato la nascita di Gesù con le statuine. Ottenuta l’autorizzazione da Papa Onorio III, San Francesco ricostruì la Natività nella città di Greccio, poiché era molto simile a Betlemme, da lui visitata tre anni prima. I protagonisti del presepe sono stati scelti rifacendosi a fonti prese non solo dalla Bibbia, ma anche dal Protovangelo di Giacomo, come nel caso del bue e dell’asinello, e da un’antica profezia di Isaia. I primi presepi fatti in casa risalgono al 1700.

A Napoli c’è Via San Gregorio Armeno, la celebre strada degli artigiani del presepe, famosa in tutto il mondo per le innumerevoli botteghe dedicate all’arte presepiale, in cui è possibile acquistare statuine realizzate a mano, per abbellire il proprio presepe.

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Il mito di Babbo Natale nasce a Mira, nell’attuale Turchia. Una leggenda narra che San Nicola per salvare tre giovani ragazze dalla prostituzione fece recapitare al padre tre sacchi d’oro sufficienti non solo a ripianare i debiti della famiglia, ma anche a costituire una robusta dote per il matrimonio delle fanciulle. Un’altra leggenda, un po’ macabra, invece racconta che San Nicola, entrato in una locanda, scoprì che il proprietario aveva ucciso tre ragazzi e li aveva fatti a pezzi, messi sotto sale e servito la loro carne ai clienti. Il Santo allora non si limitò a denunciare il delitto ma fece resuscitare i tre ragazzi. Da qui divenne il Patrono dei bambini. Così per celebrare il giorno della sua morte, avvenuta il 6 dicembre intorno alla metà del IV secolo, i fedeli iniziarono a scambiarsi i doni. Una tradizione che poi nel corso degli anni venne festeggiata il 25 dicembre. Il passare del tempo ha modificato anche l’aspetto del Santo, rappresentato con la barba grigia e lunga, come quella di alcune divinità pagane. Nel Cinquecento la Riforma Protestante eliminò il culto dei Santi soprattutto nell’Europa del Nord. Fu allora che nella cultura germanica comparvero delle figure mitologiche come ad esempio i folletti, che oltre a portare i doni dovevano anche vigilare sul comportamento dei bambini. Successivamente gli olandesi che erano molto devoti al culto di San Nicola, lo esportarono anche nel Nuovo Mondo. Babbo Natale, come lo vediamo oggi, risale al 1809, quando lo scrittore americano Washington Irving nel suo libro “Knickerbocker's History of New York”, immaginò un carro che vola sopra i tetti per dispensare regali ai bambini. Una leggenda ripresa prima da “L’amico dei bambini”, un libro in versi dove Santa Claus porta doni ai buoni e punizioni ai cattivi, e poi dalle illustrazioni di Thomas Nast, che disegnò Santa Claus come un uomo sovrappeso e vestito di rosso che dalla sua casa al Polo Nord parte con il suo carro volante colmo di regali.

Il Babbo Natale della Coca Cola è stato creato nel 1931 dal disegnatore Haddon Sundblom, per una pubblicità sul giornale “The Saturday Evening Post”.

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Acqua, lievito, farina, burro, tuorlo d’uovo, zucchero, frutta candita, uvetta sono gli ingredienti del panettone, dolce tipico milanese ma diffuso in tutta Italia. Due le leggende legate alle origini di questo buonissimo dolce. La prima racconta di un falconiere,Messer Ughetto di Atellani, che era perdutamente innamorato di Algisa, figlia di un fornaio. Dopo essersi proposto come garzone al padre della donna che lui amava, Messer Ughetto provò a inventare un dolce per incrementare le vendite della bottega. Il dolce che preparò fece impazzire gli avventori della bottega e sulle ali dell’entusiasmo i due giovani si sposarono. La seconda leggendari sale ai tempi di Ludovico il Moro che oltre ad aver commissionato l’Ultima Cena a Leonardo Da Vinci, potrebbe essere coinvolto anche nella creazione del panettone. Il Duca di Milano affidò al suo cuoco di corte la preparazione di un banchetto per il Natale. Dopo aver carbonizzato il dolce per una svista, lo chef si fidò della soluzione proposta da un piccolo sguattero di nome Toni:servire un dolce preparato la mattina per non sprecare gli avanzi. Anche in questo caso gli ingredienti del piatto furono gli stessi usati da Messer Ughetto e i commensali furono entusiasti. Alla richiesta del nome del dolce da parte di Ludovico il Moro, lo chef rispose: “L’è ‘l pan del Toni”.

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Il canto natalizio per eccellenza è “Tu scendi dalle stelle”, brano composto da Sant’Alfonso Maria de’Liguori, nel 1754 a Nola, dove era stato chiamato per la novena di Natale, ed è la trasposizione in italiano di “Quando nascette Ninno”. Il Santo salito sul pulpito per la Messa, iniziò a intonare la sua canzoncina lasciando a bocca aperta i fedeli, che una volta usciti da chiesa presero a cantarla per le strade della città. Oltre mezzo secolo dopo, nacque il brano austriaco “Stille Nacht”, frutto dell’incontro fra il testo scritto nel 1816 dal reverendo Joseph Mohr e della musica composta da Franz Xaver Gruber nel 1818. Risale al 1857 “Jingle Bells”, scritta da James Pierpont, inizialmente come canto per il giorno del Ringraziamento. Essendo però ispirato alle tradizionali corse sulle slitte di Medford, finì per rappresentare al meglio lo spirito natalizio. Una delle canzoni più antiche è “We wish you a Merry Christmas”, nata in Inghilterra ai primi del 1500. Per quanto riguarda “Adeste Fideles”si sa che a trascriverla materialmente è stato nel 1773 sir John Francis Wade, mosso dall’intento di regalare alla città francese di Douai, allora centro di rifugio per i cattolici perseguitati, un nuovo inno. Più recente invece è la nascita di “White Christmas”, scritta da Irving Berlin nel 1940. L’interpretazione di Bing Crosby nel 1942 è entrata nel libro dei record, infatti il disco “White Christmas” è stato il più venduto nella storia, e il brano si è aggiudicato un Oscar nel 1943 come miglior canzone grazie al film “La Taverna dell’Allegria”,dove Fred Astaire e Bing Crosby duettavano sulle note di “White Christmas”. Senza contare le numerosissime cover firmate da artisti internazionali, da Laura Pausini ai Beach Boys, da Andrea Bocelli a Bob Marley, da Elvis Presley a Frank Sinatra, passando per Ringo Starr, Elton John, Billy Idol, Ella Fitzgerald, Placido Domingo, Crash Test Dummies, Cristina D’Avena. E’ del 1971 invece Happy Xmas (WarIs Over), brano composto e registrato da John Lennon e Yoko Ono, pubblicato negli Stati Uniti come singolo natalizio. La melodia del brano era tratta dallo standard folk Stewball. Happy Xmas (War Is Over) è nata come canzone di protesta contro la guerra in Vietnam ed è successivamente diventata una dei più noti classici natalizi.“Last Christmas” degli Wham! vide la luce nel 1981. Il brano doveva uscire a Pasqua e il titolo originale era Last Easter, poi la casa discografica convinse George Michael e Andrew Ridgeley ad anticipare l’uscita del pezzo nel periodo natalizio. Risale invece al 1984 “Hallelujah” di Leonard Cohen, un brano che contiene vari riferimenti biblici ed è stato oggetto di numerose reinterpretazioni, la più famosa delle quali è quella di Jeff Buckley.

“All I Want for Christmas is you” scritta da Walter Afanasieff e cantata da Mariah Carey è del 1991 e ha venduto 15 milioni di copie nel mondo (disco di platino in Italia, Australia, Danimarca, Regno Unito, Stati Uniti e disco di diamante in Giappone). Dello stesso anno è “Heal the world” di Michael Jackson, che in questa canzone parla di quei bambini che vivono in Paesi disagiati. Partendo dal titolo di questo brano il cantante statunitense fondò un’associazione per aiutare i bambini bisognosi chiamata appunto Heal The World Foundation.

Buon Natale a tutti!

 





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19 dicembre 2015

100.000 volte GRAZIE!

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Oggi, 19 dicembre abbiamo raggiunto quota 100.000 visitatori. Grazie a tutti. Continuate a seguirmi sul blog wonderfulworld, e a scoprire i meravigliosi Paesi del mondo. Thank you!






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8 dicembre 2015

PAPA FRANCESCO HA APERTO LA PORTA SANTA DELLA BASILICA DI SAN PIETRO, DANDO INIZIO AL GIUBILEO STRAORDINARIO DELLA MISERICORDIA

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Questa mattina, 8 dicembre 2015, Papa Francesco ha aperto la Porta Santa della Basilica di San Pietro, dando inizio al Giubileo Straordinario della Misericordia. Papa Francesco ha celebrato la Santa Messa davanti a tantissimi pellegrini che hanno affollato Piazza San Pietro. Erano presenti anche il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il premier Matteo Renzi. "E’ necessario anteporre la misericordia al giudizio, e in ogni caso il giudizio di Dio sarà sempre nella luce della sua misericordia. Attraversare la Porta Santa, dunque, ci faccia sentire partecipi di questo mistero di amore, di tenerezza", ha detto Papa Francesco durante la Messa, invitando tutti ad abbandonare ogni"paura e timore" e vivere la "gioia". Il Papa ha anche mandato un tweet di auguri ai pellegrini.

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Al termine della celebrazione, Papa Francesco ha indossato un mantello bianco e ascoltato il diacono leggere le parole di introduzione al rito. Quindi è entrato nell'atrio e dopo aver recitato una preghiera, ha salito i gradini e ha aperto la Porta Santa, sostando in silenzio sulla soglia. Alla cerimonia per l'avvio del Giubileo ha assistito, nell'atrio della basilica di San Pietro, il Papa emerito Benedetto XVI. Papa Francesco lo ha abbracciato e ha scambiato qualche parola con lui.

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E’ la prima volta nella storia che viene aperta la Porta Santa in presenza di due pontefici.

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IL GIUBILEO STRAORDINARIO 2015-2016: Il Giubileo si apre nell’anniversario della fine del Concilio Vaticano II. Era infatti l’8 dicembre 1965 quando Paolo VI celebrò la Messa di chiusura in Piazza San Pietro. L’anno giubilare si concluderà domenica 20 novembre 2016, nella solennità di Cristo Re, voluta da Papa Pio XII per chiudere l’anno liturgico.

Il Giubileo straordinario del 2015-2016 è stato indetto da Papa Francesco perché “abbiamo bisogno di contemplare il mistero della misericordia. E’ fonte di gioia, di serenità, di pace…Potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica”.

LE NOVITA’ DEL GIUBILEO 2015-2016: Si tratta di un Anno Santo Straordinario, perché arriva ad appena quindici anni dall’ultimo Giubileo, quello del 2000, mentre di solito devono passare venticinque anni. Inoltre Papa Francesco ha simbolicamente dato il via al Giubileo lo scorso 29 novembre, quando, durante il suo viaggio in Africa, ha aperto la prima Porta Santa nella cattedrale di Bangui, in Repubblica Centrafricana, un paese povero e dilaniato dalla guerra civile, ponendo così al centro della Chiesa le periferie.

Papa Francesco ha dato il permesso di celebrare il Giubileo in tutto il mondo, così molte chiese apriranno domenica 13 dicembre la loro Porta Santa.

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Sarà il primo Giubileo in cui via della Conciliazione e i ponti di Roma saranno illuminati con i Led, e in cui la cupola di San Pietro farà da tela per le proiezioni delle immagini più belle del mondo minacciato dai cambiamenti climatici, tra animali e paesaggi, nell'ambito della bellissima iniziativa Fiat Lux.

Sarà inoltre il primo all’epoca di Internet con la prenotazione online per accedere alla Santa Sede e con i fedeli che potranno ritrovarsi sui social e raccontare l’esperienza del passaggio attraverso la Porta Santa.

Ma sarà anche il primo Giubileo ai tempi dell’Isis, con controlli intensificati e il massiccio impiego di forze dell’ordine per vigilare e garantire la sicurezza dei pellegrini.

Giubileo: Nella Chiesa cattolica il Giubileo è un anno speciale di festa e di chiamata alla conversione. Viene detto “Anno Santo” perché è destinato a manifestare l’amore di Dio e a promuovere la santità di vita. Si esprime attraverso i segni del pellegrinaggio, dell’indulgenza, delle opere di misericordia riassunti in modo simbolico dal passaggio della Porta Santa. I carcerati possono recarsi nella cappella del carcere e considerare Porta Santa il passare per la porta della propria cella.

La parola Giubileo viene dall’ebraico Jobel (caprone), che significa corno del caprone, usato nelle cerimonie sacre ebraiche per dare un particolare senso di festa (giubilo).

Il Papa Bonifacio VIII indisse il primo Giubileo nel 1300 concedendo l’indulgenza plenaria a chi visitava a Roma le basiliche dei santi Pietro e Paolo. Gli Anni Santi sono stati finora 26.

La Porta Santa: La prima Porta Santa della storia si trova a L’Aquila, presso Santa Maria di Collemaggio, dove Celestino V nel 1294 indisse la Perdonanza, che precorse il Giubileo. A Roma fu aperta da Martino V in Laterano nel 1350.

La Porta Santa rimane chiusa e murata negli anni ordinari, viene aperta solo all’inizio del Giubileo(Paolo VI la aprì con l’uso del martello). Indica il passaggio che il pellegrino si impegna a compiere nella sua vita. Attraversando la Porta Santa il fedele ottiene l’indulgenza. La Porta Santa della Basilica di San Pietro fu aperta la prima volta nel Natale 1499 ed è stata chiusa l’ultima volta da Papa Giovanni Paolo II il 6 gennaio del 2001. Il portale in bronzo della Basilica di San Pietro è opera di Vico Consorti per il Giubileo del 1950, evocato nell’ultima formella (le altre 15, dopo la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso, narrano di Maria e Gesù). Fu donato dai cattolici svizzeri, risparmiati dalla Guerra Mondiale.

L’inno ufficiale del Giubileo:L’inno ufficiale del Giubileo della Misericordia si ispira ad una frase del Vangelo di Luca: “Misericordia sicut Pater”. Si può scaricarlo in formato mp3 dal sito ufficiale del Giubileo (www.iubilaeummisericordiae.va), sul quale si trova anche lo spartito, compresi gli accordi per la chitarra. I versetti in italiano si alternano a quelli in latino, la musica è stata composta dal musicista inglese Paul Inwood, mentre le parole sono opera del gesuita padre Eugenio Costa.

Il Motto del Giubileo è“Misericordiosi come il Padre”. E’ tratto dal passo del Vangelo dove Gesù dice che Dio chiede di non giudicare e non condannare, ma di perdonare e amare senza misura.

Il logo del Giubileo: è opera del gesuita Marko Rupnik e illustra il motto “Misericordia sicut pater”: Cristo buon pastore si carica sulle spalle l’uomo, come fosse una pecora smarrita nella notte buia. Così facendo ci offre l’immagine autentica della misericordia del Padre. Richiama anche l’immagine del buon samaritano e del buon pastore.

Un Giubileo diffuso: Ogni fedele può ottenere l’indulgenza giubilare anche andando nella Cattedrale della sua diocesi o nei santuari o in altre chiese indicate dai vescovi. I malati, gli anziani che non possono uscire di casa possono ottenere l’indulgenza sentendosi vicini al Signore, ricevendo la comunione e partecipando alla Messa attraverso i media.

I missionari di misericordia: Saranno inviati speciali di Papa Francesco nelle diocesi in tempo di Quaresima per annunciare il perdono di Dio a tutti.

GLI EVENTI DEL GIUBILEO: Saranno oltre cinquanta gli eventi che si terranno nel corso del Giubileo.

Eccone alcuni:

domenica 13 dicembre:apertura nelle diocesi di tutto il mondo della Porta Santa. A Roma verranno aperte quelle di San Giovanni in Laterano e San Paolo Fuori le mura.

18 dicembre: apertura della Porta della Misericordia all’Ostello don Luigi Di Liegro della Caritas di Roma,in zona stazione Termini.

1°gennaio 2016: apertura della Porta Santa a Santa Maria Maggiore.

8-14 febbraio 2016: il corpo di Padre Pio sarà esposto in Vaticano per l’inizio della Quaresima.

26-31 luglio 2016: A Cracovia, in Polonia, si terrà la Giornata Mondiale della Gioventù.

4 settembre 2016: è la data in cui la beata Madre Teresa di Calcutta potrebbe essere proclamata Santa.



25 agosto 2015

Alla scoperta della Puglia Imperiale: Trani e Bari

 

 

 

            

Vi portiamo alla scoperta di due splendide città della Puglia Imperiale: Trani e Bari.

Antico centro marittimo e mercantile, Trani è fatta di pietra rosea estratta dal suo stesso sottosuolo e conquista il visitatore con magnifici luoghi, come la Cattedrale sul mare, il borgo antico, il quartiere ebraico con le sue tre sinagoghe, il Castello Svevo per tre quarti sull'acqua, i palazzi nobiliari, le antiche chiese e il Tribunale. La nostra visita a Trani inizia dalla Cattedrale di San Nicola che è stata fondata nell’XI secolo per accogliere le reliquie del giovane pellegrino greco, morto a Trani. Sorge sul luogo di un antichissimo episcopio, sulla cui area fu edificata l’attuale cripta dedicata a S. Maria. La Chiesa comprende diversi edifici di culto, sistemati su tre livelli: la chiesa vera e propria è quella superiore, al di sotto della quale sono situate le due “cripte” di S. Maria e di S. Nicola Pellegrino, a loro volta sovrastanti l’antico sacello di S. Leucio. Il campanile risale al XIII secolo. La Cattedrale è costituita da 42 crociere sostenute da 28 colonne in marmo greco, sormontate da capitelli realizzati con la stessa pietra. Il 25 aprile 2002 la Cattedrale di San Nicola Pellegrino è stata proclamata dall'UNESCO "Monumento messaggero di una cultura di pace". Vicino alla Cattedrale è situato il Museo Diocesano.

 

 

 

La seconda tappa è stata il meraviglioso Castello Svevo, uno degli esempi più belli di fortificazioni fatte erigere in Puglia da Federico II di Svevia. La costruzione, fondata sulla linea di costa del mare Adriatico, fu iniziata nell'anno 1233. Le opere di fortificazione del Castello, condotte da Filippo Cinardo, conte di Conversano e di Acquaviva, e dal tranese Stefano di Romualdo Carabarese, furono concluse nel 1249, come si legge in un’iscrizione sul lato nord, presso l’antica porta a mare. Dimora prediletta di Manfredi, figlio di Federico II, che vi celebrò le sue seconde nozze con la giovanissima “principessa venuta dal mare”, Elena d’Epiro, con gli Angioini fu sottoposto ad ulteriori lavori, sotto la direzione di Pierre d’Angicourt. Nel XV e XVI secolo subì deturpazioni ed aggiunte, che lo portarono alla configurazione attuale. Con Carlo V ne fu ristrutturata l’ala sud. Attualmente appartengono all’originario nucleo svevo solo il mastio con tre torri angolari e la cortina verso il mare; la parte in direzione della città è caratterizzata dall’intervento cinquecentesco. Proseguendo la visita a Trani ci siamo recati alla chiesa d’Ognissanti, meglio nota come la chiesa dei Templari, costruita nella prima metà del XII nel cortile dell’Ospitale dei Templari, ai quali appartenne fino alla soppressione dell’ordine. Si affaccia sul porto ed è riconoscibile dalle piccole absidi, ornate da un raffinato finestrone. Dopo una passeggiata sull’affascinante Lungomare Cristoforo Colombo, dove sono attraccate le imbarcazioni dei pescatori, abbiamo raggiunto la Villa Comunale di Trani, risalente al XIX secolo,  in piazza Plebiscito, affacciata sul mare e con una splendida vista sulla Cattedrale. Quindi abbiamo raggiunto Palazzo Caccetta, costruito nel 1456 su commissione di un commerciante di Trani, Simone Caccetta, esempio della neonata architettura rinascimentale in Puglia. La tappa successiva è stata la chiesa di San Giacomo, un notevole esemplare dell’architettura romanica pugliese, per la ricchezza e la singolarità del suo corredo scultoreo, proseguendo poi con la visita della Chiesa di Santa Chiara, della Chiesa di Sant’Anna, che anticamente era la sinagoga di "Scola Grande", costruita nel 1247, e della Torre dell’Orologio, edificata a spese del Comune nell’anno 1473, che sorge accanto alla chiesa di San Donato. Infine abbiamo visitato l'abbazia di S. Maria di Colonna, che si trova fuori dalla città. Fu fondata dai Benedettini nel 1098 e data ai francescani nel 1427 a cui rimase fino alla fine del 1800 quando perse il suo uso religioso e passò al Comune. La struttura ha mura fortificate e ospita all'interno una bella chiesa romanica.
Tra le feste che si svolgono a Trani vi sono i festeggiamenti per il Patrono della città, San Nicola Pellegrino, che si celebrano tra la fine di luglio e l'inizio di agosto, coronati dalla processione e accompagnati da eventi culturali e religiosi e da bancarelle in centro, luna park, fuochi d'artificio. La Patrona dei Marinai e dei pescatori, la Madonna del Carmine, viene invece festeggiata il 16 luglio. Nella chiesa della Madonna del Carmine sono custoditi gli ex voto della gente di mare graziata dalla Madonna. Si tratta di oggetti preziosi lasciati in segno di ringraziamento per la grazia ricevuta.  A maggio si tiene invece, nel Monastero di Colonna, una rinomata mostra dell’Antiquariato. Ogni martedì c’è infine un mercato in Corso Vittorio Emanuele, che ha origini antichissime, risale infatti secondo alcuni documenti storici al 1400.

 

 

 

 

 

 

Il nostro viaggio è proseguito alla volta del capoluogo pugliese, Bari, antico crocevia del Mediterraneo, che offre al visitatore numerosi luoghi di interesse. La città è divisa in due parti distinte: vecchia e nuova. La parte nuova si è sviluppata a partire dagli inizi dell'Ottocento, quella più antica ospita i più importanti monumenti medievali e rinascimentali, tra cui la Cattedrale romanica, la Basilica Romanica di San Nicola, il Castello di Federico II e la Chiesa di San Ferdinando. Nell'esplorare la città ci si accorge che le due parti del centro urbano, antico e nuovo, sono separate da una linea ben distinta: è quella dell'ampio viale alberato di Corso Vittorio Emanuele III, che collega la Piazza Garibaldi al porto vecchio. La parte nuova si riconosce per le lunghe e larghe strade costruite durante il boom urbanistico e si estende fino alla Fiera del Levante e all'area industriale.

Bari Vecchia sorge su una sottile penisola adiacente al porto, è un labirinto di luci e vicoli irregolari. Qui si trovano 40 chiese e più di 120 templi, botteghe artigiane, giovani, pescatori, palazzi disabitati e anziani che chiacchierano seduti davanti all’uscio di casa. Suoni, colori, profumi, che rispecchiano la parte più bella, vera ed affascinante di Bari. L’elegante ingresso alla città vecchia è Piazza del Ferrarese, che deve il proprio nome al mercante Stefano Fabri, originario di Ferrara e vissuto a Bari nel XVII secolo. A sinistra della piazza si può ammirare la Sala di Murat, che ospita mostre di arte contemporanea, mentre a destra si trova il vecchio mercato del pesce al coperto. La nostra visita alla città inizia dalla Basilica di S. Nicola, dedicata al patrono della città, in stile romanico pugliese, che custodisce nella cripta interna le spoglie dell'amato santo originario dell'Anatolia, noto per aver dato vita alla figura di Santa Claus, il nostro Babbo Natale. La struttura architettonica è imponente e la basilica è un’importante meta di pellegrinaggio, sia per i cattolici romani che per quelli ortodossi, provenienti dall'Europa orientale. La Basilica di San Nicola si estende a cavallo di quattro piazze note come Corti del Catapano perché si ritiene che un tempo il palazzo del “catapano”, ovvero del governatore bizantino, sorgesse proprio lì. L’edificio presenta alcuni splendidi dettagli ornamentali, come la Porta dei Leoni sul lato nord, decorata con bassorilievi raffiguranti una serie di scene cavalleresche. Nel giorno della Festa di San Nicola, il 6 dicembre, è tradizione estrarre dalla tomba del santo un po' di mirra, che si crede trasudi dalle reliquie, e che sia miracolosa. I contenitori con all'interno la mirra vengono poi inviati e usati in tutto il mondo.

La Cattedrale di Bari è un'altra importante struttura religiosa e architettonica, dedicata a San Sabino di Canosa, fu iniziata in stile bizantino nel 1034, ma distrutta nel 1156. Un nuovo edificio venne costruito tra il 1170-1178, in parte ispirato a quello di San Nicola. Della struttura originale rimangono solo alcune tracce della pavimentazione del transetto. L'architettura visibile oggi è quella romanica e si caratterizza per la facciata con i tre portali. La cripta ospita le reliquie di San Sabino e l'icona della Madonna Odigitria. La tappa successiva è stata il Castello Svevo-Normanno, che fu eretto da Ruggero II di Sicilia intorno a 1131. Distrutto nel 1156, fu ricostruito da Federico II di Hohenstaufen. Oggi ospita una galleria d'arte con esposizioni temporanee.

Dopo una passeggiata sul bellissimo lungomare Imperatore Augusto, ci siamo recati in Piazza Mercantile, l'antico centro commerciale, dominata dal rinascimentale Palazzo del Sedile e dalla Colonna Infame della Giustizia, che nell'antichità serviva da gogna per i cittadini che andavano in rovina finanziaria. Da vedere anche il faro, le chiese di San Gregorio, la chiesa del Carmine e la chiesetta di San Marco, nel Quartiere Veneziano, i resti della chiesa di Santa Maria del Popolo, d'età paleocristiana, e quelli della chiesa di Santa Scolastica.

Bari Nuova, risalente all’Ottocento, presenta invece importanti testimonianze artistiche come il Teatro Petruzzelli, risalente al XIX secolo, il Palazzo della Prefettura, il Teatro Piccinini e il Corso Cavour, che caratterizzano la parte più moderna della città. Da visitare anche la Pinacoteca cittadina, per ammirare alcuni dipinti di pittori celebri come Tintoretto, Giordano e Bordone.

Bari è una città splendida, ricca di arte, cultura, magia e di una buonissima gastronomia, dal pesce freschissimo, ai frutti di mare, dalla carne alle verdure che vanno a comporre tipici piatti come l' 'ncapriata', agnello cucinato in diverse maniere, le famose orecchiette, i cavatelli, pasta fatta in casa, la melanzanata, il tutto condito dal pregiato olio d'oliva che viene prodotto nei dintorni.


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permalink | inviato da Franci82 il 25/8/2015 alle 8:6 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 agosto 2015

BUON FERRAGOSTO: Tradizioni, feste e curiosità sul Ferragosto.

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Il 15 agosto si celebra Ferragosto, la giornata più calda dell’estate, in cui al mare, in montagna o in città gli ingredienti sono festa, musica, divertimento, grigliate e cocomero. E’ una festa che ha origini antichissime. In prossimità del 15 di agosto infatti Sirio, la stella del mattino, comincia ad essere visibile all’alba e segna l’inizio del riposo delle piante e la fine del raccolto. Il nome “Ferragosto” deriva dall’imperatore Ottaviano e più precisamente da feriae Augusti, il riposo di Augusto, in cui si celebrava la fine dei lavori agricoli. Nel 18 a.C., l’imperatore romano Ottaviano, proclamato dal Senato romano “augusto”, ossia “venerabile e sacro”, dichiarò che tutto il mese di agosto sarebbe stato festivo e dedicato alle Feriae Augusti, una serie di celebrazioni solenni, la più importante delle quali cadeva il 13 ed era dedicata a Diana, patrona del legno, delle fasi lunari e della maternità. La festa si celebrava nel tempio dedicato alla dea sull’Aventino ed era una delle poche occasioni in cui i Romani di ogni classe, padroni e schiavi, si mescolavano liberamente. Il cristianesimo ha ripreso e rielaborato i significati di queste antiche feste con la celebrazione dell’Assunzione in Paradiso della Vergine Maria, che simboleggia la morte e la rinascita. Molte delle tradizioni derivano proprio da questi antichi significati, come l’accensione di un falò, che simboleggia la luce, o i giochi d’acqua, che rappresentano la purificazione; acqua, fuoco e antichi riti sono alla base di tutte le feste popolari che si svolgono in Italia.

Vengono celebrate in tante città grandi processioni in onore dell'Assunzione di Maria in cielo. Tra le più famose ricordiamo quella di Palermo dove la statua è portata dai ragazzi e quella di Sassari dove i candelieri fanno il giro della città. Anche a Genova la processione di Ferragosto è molto sentita, così come a Milano, in Abruzzo e in Puglia, dove il Ferragosto viene festeggiato con spettacolari fuochi artificiali.

A Torino, nella vecchia capitale d’Italia, le celebrazioni per l’Assunzione della Vergine si svolgevano alla Chiesa della Madonna del Pilone, vicino al fiume Po. I Torinesi per l’occasione consumavano quello che oggi chiameremmo un picnic al Parco del Valentino o fuori casa e finivano la giornata con un bagno al fiume. La festa prendeva perciò il nome di Festa dle pignate a la Madona dél Pilòn (Festa delle pentole alla Madonna del Pilone).

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In Toscana sono due gli eventi che richiamano molti turisti: il più famoso è il Palio di Siena, che si corre ogni anno il 16 agosto ma in origine dedicato alla Madonna Assunta e corso a Ferragosto e il Palio dell’Argentario, un’antica regata remiera con 4 battelli che rappresentano i rioni cittadini di Porto Santo Stefano, da cui parte la gara.

A Roma e nel centro Italia sono diffusissimi i giochi con l’acqua, come l’albero della cuccagna in spiaggia. Fino a due secoli fa, inoltre, nella capitale si inondava Piazza Navona, che diventava una sorta di campo di battaglia acquatico.

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Ad Avellino vi sono numerose celebrazioni che iniziano a fine luglio e terminano il 15 agosto con la processione del simulacro della Vergine e bellissimi fuochi d’artificio. Dai primi del mese fino a metà agosto si festeggia anche in provincia di Caltanissetta, a San Cataldo, dove l’ultimo giorno si celebra con ventuno colpi di cannone. A Maiori, si celebra la festa di Santa Maria a Mare, uno degli appellativi con cui la Chiesa cattolica venera la madre di Gesù. Il nome deriva da una leggenda che narra che nell’Ottocento alcuni pescatori trovarono nelle acque di Castellabate una statua raffigurante Maria e il Bambino Gesù. Lo stesso culto di Santa Maria a Mare è diffuso anche a Santa Maria di Castellabate. Infine, il 15 agosto si celebra anche la festa patronale di Ercolano.

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A Messina invece il 15 agosto due enormi statue di cartapesta, chiamate il gigante Grifone e la gigantessa Mata, attraversano la città: leggenda vuole che il saraceno Grifone si fosse innamorato di una bella messinese, Marta, da cui Mata, che accettò di sposarlo solo dopo la sua conversione al cristianesimo; secondo altre interpretazioni le due statue simboleggiano invece un rito più antico e sono la personificazione di Saturno, divinità romana dell’agricoltura e dei cicli della natura, e Cibele, antichissima divinità adorata come Grande Madre. Sempre a Messina la sera di Ferragosto ha luogo anche la processione della Vara, una grande macchina di forma piramidale che simboleggia l’ascensione della Vergine dalla sua tomba, nella parte bassa, alla figura di Cristo in cima.

A Sarteano, il 15 agosto si tiene la celebre Giostra del Saraceno dove cavalieri appartenenti alle contrade si misurano in giochi di abilità la cui storia affonda nei secoli. La più celebre delle “giostre”, quella di Arezzo, si svolge qualche giorno prima, il 7 agosto. A Fermo, fin dal 1182 si tiene la Cavalcata dell’Assunta, considerato il più antico fra i Palii d’Italia, mentre a Pozzuoli l’Assunta è celebrata con una sentita processione che attraversa le vie del centro storico durante la mattina: dopo pranzo, invece, al Molo Caligoliano, i giovani della città si sfidano nel salire su “O Pennone“, un palo cosparso di sapone. A Montereale, piccolo e storico borgo in provincia di L’Aquila, la gara fra i diversi concorrenti assume la curiosissima ed originale forma di una sfida poetica a colpi di rime rigorosamente a braccio che si tiene di fronte all’Abbazia della Madonna in Pantanis.

Oltre alla grandezza dei festeggiamenti religiosi, ci sono anche quelli pagani con tante feste e fiere, con concerti in cui i più famosi e prestigiosi cantanti animano la serata o con le tradizionali gite fuori porta con parenti e amici. Tradizione è fare gli Auguri nella giornata di Ferragosto perché nell'antica Roma i lavoratori che li porgevano ai propri padroni, ricevevano delle ricompense come ad esempio una sostanziosa mancia.

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Passiamo ai piatti tipici del 15 agosto. Oltre a grigliate e cocomero, i piatti della tradizione di Ferragosto sono il piccione arrosto, una consuetudine importata dalla Francia ai tempi di Carlo Magno ed ancora diffusa in diverse zone dell’Italia, il Gelo di Melone (gelu du muluna) o anche di anguria, un tipico dolce al cucchiaio che si prepara in Sicilia, mentre a Roma il ricco pranzo tradizionale ferragostano vede come protagonisti le fettuccine con i fegatini, il pollo in umido con peperoni e l’immancabile cocomero. In diverse regioni del centro è poi diffusa la consuetudine di sfornare in occasione dell’Assunta dolci e ciambelle all’anice: è il caso per esempio dello Zuccherino montanaro di Grizzana, in provincia di Bologna, o del Biscotto di mezzagosto di Pitigliano, nei pressi di Grosseto.

Molti fatti storici importanti sono accaduti proprio nel giorno di Ferragosto: nel 1483, a Roma, papa Sisto IV consacrò la Cappella Sistina, dedicandola all’Assunta; nel 1620 la Mayflower, la nave con a bordo i Padri Pellegrini diretti in America del Nord, salpò dal porto di Plymouth; nel 1915 il Giappone inviò un ultimatum alla Germania (Prima Guerra Mondiale); nel 1961, durante la Guerra Fredda, l’esercito della Repubblica democratica tedesca iniziò a costruire il muro di Berlino.

Il Ferragosto è presente anche in molti film italiani, tra cui “Il Sorpasso” di Dino Risi del 1962 e “Il pranzo di Ferragosto” di Gianni Di Gregori del 2008.

Cosa accade a Ferragosto in altri Paesi del mondo?

In Canada il 15 agosto si celebra l’Acadian Day, festa dedicata all’Acadia, la prima colonia francese dell’America settentrionale. Gli abitanti di quest’area decisero di prevedere una festa nazionale in onore di Maria, la quale è simboleggiata anche dalla stella d’oro posta sulla bandiera della regione, adottata ufficialmente il 15 agosto 1884.

In Irlanda, in lingua gaelica, l’Assunzione viene detta “Féile Mhuire ‘sa bhFomhar” ed è una festività che ha da sempre una particolare importanza. Un’antica leggenda vuole che il bagno in mare il giorno di Ferragosto abbia un effetto benefico per la salute; in passato, impiegati e servi nelle contee di Limerick e Kerry includevano negli accordi con i padroni la previsione della festività dell’Assunzione in modo da poter prendere parte al rituale.

Lontano da ricorrenze religiose, il 15 di agosto in India si celebra il Giorno dell’Indipendenza dalla Gran Bretagna, conquistata nel 1947. Tale ricorrenza ha ottenuto una risonanza mondiale soprattutto grazie all’impegno di Mahatma Gandhi, che tra gli anni ’20 e ’30 guidò milioni di persone in una campagna di disobbedienza civile.

 




permalink | inviato da Franci82 il 15/8/2015 alle 11:10 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


1 agosto 2015

Visita alla splendida città di Torino

 

 

La visita alla Sacra Sindone è stata l’occasione per scoprire alcune delle bellezze di una splendida città italiana: Torino.

 

La nostra giornata nel capoluogo piemontese è iniziata con la visita alla Sacra Sindone in occasione dell’Ostensione nel Duomo dal 19 aprile al 24 giugno, che è stata visitata da oltre 2 milioni di pellegrini e da Papa Francesco. “L’Amore più grande” è il motto tratto dal Vangelo di San Giovanni che ha ispirato l’Ostensione 2015. Percorrendo il cammino dei Santi e Beati torinesi, tra i quali figurano Don Bosco e frate Luigi Bordino, ci siamo avvicinati alla sala in cui viene proiettato un video di approfondimento che prepara alla visita della Sacra Sindone. Quindi siamo entrati all’interno del Duomo e a piccoli gruppi, seguendo le indicazioni dei gentilissimi volontari, siamo arrivati di fronte alla Sindone, un lenzuolo di lino tessuto a spina di pesce, lungo poco meno di 4 metri e mezzo e largo un metro e 13 centimetri, che contiene la doppia immagine accostata del cadavere di un uomo morto in seguito ad una serie di torture culminate con la crocefissione. La tradizione ritiene che sia il sudario di Cristo citato dai Vangeli che servì ad avvolgere il corpo di Gesù nel sepolcro. Guardando con attenzione si possono individuare le gambe e i piedi, le braccia e le mani, il volto di Gesù, i segni del flagello, la nuca, le bruciature, il dorso, la ferita al costato, il torace, la ferita da chiodo e quella da spine. Un momento veramente molto emozionante, che lascia senza parole.

 

 

 

 

Il Duomo di Torino è dedicato a San Giovanni Battista, il Santo Patrono della città. Edificato tra il 1491 e il 1498 per volere del cardinale della Rovere, la cattedrale in stile rinascimentale presenta una facciata in marmo bianco su cui si aprono tre portali decorati da rilievi e una torre campanaria in mattoni rossi con coronamento dello Juvarra. L’interno è a croce latina a tre navate con elementi gotici. Nel XVII secolo il Duomo fu ristrutturato al fine di aggiungere la cappella della Sacra Sindone, capolavoro di architettura barocca di Guarino Guarini. La cappella destinata a custodire il sudario in cui sarebbe stato avvolto il corpo di Gesù nel sepolcro, fu gravemente danneggiata da un incendio nel 1997. La reliquia che già da qualche anno si trovava dietro l’altare maggiore, pur non essendo stata interessata direttamente dal fuoco, fu portata via dall’area dell’incendio. Oggi la Sindone è conservata in posizione distesa all’interno di una teca a tenuta stagna, in assenza di aria e in presenza di un gas inerte, ed è collocata sotto la tribuna reale. In occasione delle ostensioni la Sindone viene esposta in un’altra teca.

 

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Dopo un momento di preghiera, siamo usciti dal Duomo e siamo andati a visitare il simbolo della città di Torino, la Mole Antonelliana. Quando fu iniziata la sua costruzione nel 1863 su progetto di Alessandro Antonelli fu concepita come tempio israelitico ma nel 1878 fu ceduta al Comune che volle farne un monumento dedicato al re d’Italia Vittorio Emanuele II. E’ alta 167 metri, a base quadrata, sormontata dalla celebre cupola cuspidata, e fu inaugurata nel 1889 con la posa sulla guglia della statua del genio alato. Nel 1905 una stella a cinque punte sostituì la statua del genio alato che un fulmine aveva abbattuto l’anno prima. Un ascensore dalle pareti vetrate posto all’interno della Mole consente di raggiungere il “Tempietto”, a 85 metri d’altezza da cui si può ammirare un bellissimo panorama della città. L’edificio antonelliano è attualmente sede del Museo Nazionale del Cinema, unico nel suo genere in Italia. Le collezioni museali qui conservate offrono al visitatore un viaggio nella storia del cinema attraverso un percorso articolato su cinque livelli: l'Archeologia del Cinema, la Macchina del Cinema, la Collezione dei Manifesti, le Video installazioni e la grande Aula del Tempio circondata da 13 cappelle che raccontano alcuni grandi temi della settima arte (Horror e Fantastico, Cinema d’Animazione, Fantascienza, Amore e Morte, Western). La successiva tappa è stata Piazza Castello, il vero fulcro di Torino, progettata dall’architetto Ascanio Vitozzi nel 1584 per volere del duca Carlo Emanuele I. La piazza, attorniata per tre lati da eleganti portici costruiti in periodi diversi, fa da cornice ad importanti palazzi cittadini: l’austero Palazzo Reale, residenza del re di Sardegna fino al 1659, e poi di Vittorio Emanuele II Re d’Italia, fino al 1865; il Teatro Regio; il Palazzo della Giunta Regionale; il Palazzo del Governo (oggi sede della Prefettura); delle Segreterie; l' Armeria e la Biblioteca Reale, contenente il famoso Autoritratto a sanguigna di Leonardo da Vinci. Cuore della piazza è l’imponente Palazzo Madama, l’antico castello da cui prende il nome, circondato da tre monumenti; la scultura dedicata all’Alfiere dell’Esercito Sardo, il monumento equestre che celebra i Cavalieri d’Italia e la statua raffigurante Emanuele Filiberto duca di Savoia. Piazza Castello è inoltre, il punto in cui convergono le quattro grandi arterie di Torino: Via Roma, Via Pietro Micca, Via Po e Via Garibaldi, una delle vie pedonali più lunghe d’Europa. Palazzo Madama oggi è la sede del Museo Civico di Arte Antica ma in passato è stato fortezza, castello e residenza di due “Madame Reali”, Maria Cristina di Francia e Giovanna di Savoia-Nemours, sotto il cui regno l’edificio fu ampliato e abbellito. In particolare, nel 1718 Filippo Juvarra, architetto di casa Savoia, progettò e realizzò la grande facciata occidentale e l’imponente scalone d’onore. Il percorso della visita si articola su quattro piani: nel piano fossato si trova il Lapidario Medioevale con sculture in pietra e oreficerie (XII-XIII sec.); il piano terra ospita sculture gotiche, dipinti e oggetti preziosi (XIII- XVI sec.); il primo piano è dedicato alle arti del Sei e del Settecento con la quadreria, gli arredi e le decorazioni fastose delle sale; il secondo piano, dedicato alle Arti decorative di tutte le epoche, custodisce ceramiche, avori, tessuti, vetri. Tra i capolavori del Museo ci sono il Ritratto d'Uomo” di Antonello da Messina, conservato nella Torre dei Tesori e l’Heures de Turin-Milan, unico codice al mondo miniato dal fiammingo Jan van Eyck.

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Poco distante dal centro città è situato il parco fluviale del Valentino ridisegnato nell’800 dal paesaggista francese Barrillet-Dechamps. Nel cuore del parco sorge lo splendido Castello del Valentino, inserito dall’Unesco nella lista del Patrimonio dell’Umanità insieme alle altre residenze sabaude piemontesi. Già residenza extraurbana dal ’500 fu con Maria Cristina di Francia che la reggia conobbe il suo periodo di massimo splendore. Utilizzato per scopi diversi nei secoli successivi, oggi il Castello è la sede della Facoltà di Architettura del Politecnico. Vi sono poi altre costruzioni all’interno del parco come il Borgo Medioevale, ovvero la riproduzione di un villaggio del ‘400 con tanto di case fortificate, botteghe, viuzze, ponte levatoio e Rocca (ossia il castello del Borgo). Costruito per l'Esposizione Generale Italiana Internazionale del 1884 a Torino come padiglione di Arte Antica per la valorizzazione del patrimonio storico-artistico medioevale piemontese e valdostano, al termine dell’evento il complesso fu conservato trasformandosi in breve in un piacevole ed attraente luogo di svago.

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La tappa successiva è stata il Museo Egizio, dedicato esclusivamente all’arte e alla cultura dell’Egitto antico. La fondazione del museo risale al 1826, anno in cui Carlo Felice, re di Sardegna, acquistò un’ampia collezione di opere del console di Francia in Egitto, Bernardino Drovetti. Gli acquisti e gli scavi realizzati successivamente ampliarono la raccolta museale che oggi vanta più di 30.000 pezzi, tra cui statue di faraoni, sarcofagi, stele funerarie, gioielli, oggetti d’uso quotidiano.  Tra i capolavori che sono conservati nel museo vi sono la statua di Ramesse II, le tombe intatte di Kha e Merit, la Mensa Isiaca, e il tempio rupestre di Thutmosi III trasportato da Elessiya, 200 km a sud di Assuan, e qui ricomposto per salvarlo dalle acque del lago artificiale Nasser dopo la costruzione della diga di Assuan.

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La nostra visita a Torino è terminata alla Reggia di Venaria, sorta per volere di Carlo Emanuele II come residenza di caccia e di piacere. Costruito tra il 1659 e il 1679 su progetto del Castellamonte, l’imponente complesso della Reggia di Venaria si sviluppava lungo un asse di 2 km che collegava il Borgo, la Reggia con il bellissimo Salone di Diana e i Giardini. In seguito alle distruzioni di alcune parti operate dai francesi nel 1693, fu avviato un progetto di rinnovamento e ampliamento ad opera di Garove alla cui morte subentrò Juvarra al quale si devono la Galleria Grande (detta di Diana), ricca di splendide decorazioni, la solenne cappella dedicata a Sant’Uberto (il santo dei cacciatori), e l’edificio detto “Scuderia grande” o “Citroniera”. I lavori alla Reggia furono completati dall’Alfieri nel secondo Settecento. Nell’800 cominciò la fase di decadenza della Reggia, trasformata in caserma militare e completamente in rovina un secolo dopo. Fortunatamente un importante progetto europeo di restauro le ha restituito tutto lo splendore passato. Dichiarata Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco, dalla sua apertura al pubblico nel 2007, la Venaria Reale si è attestata tra i primi cinque siti culturali più visitati in Italia.

 

Prima di fare ritorno a casa ci siamo fermati a Vinovo, dove si allena la Juventus, a caccia di qualche autografo e foto con i giocatori bianconeri, per chiudere in bellezza questa meravigliosa giornata.


30 maggio 2015

Trapani e Favignana, la farfalla delle Egadi

           

Trapani è una splendida città che si trova nella parte occidentale della Sicilia e sorge in una zona pianeggiante che si allunga a ridosso del mare e termina con due punte occupate rispettivamente dalla Torre di Ligny, edificata nel 1671 e dalla quale si gode di una panoramica incantevole della città e delle Isole Egadi, e da un lazzaretto, oggi sede della sezione locale della Lega Navale Italiana. Poco distante, in mezzo al mare, è situata la Colombaia, o “Castello di Mare” uno dei simboli della città.

 

 

 

 

 

Il nostro viaggio nel capoluogo siciliano inizia dal grande complesso dell'Annunziata. Alle spalle dell'altare principale si trova la Cappella della Madonna a cui si accede attraverso un arco rinascimentale. Nelle vicinanze è situato il Museo Regionale “A. Pepoli”, che ha sede nei locali dell’ex convento dei Padri Carmelitani, un grande edificio costruito nel secolo XIV, che, dopo gli ampi rimaneggiamenti subiti nel corso dei secoli, assunse il suo assetto attuale solo nel XX secolo. È intitolato al suo fondatore, il conte Agostino Pepoli, che lo creò tra il 1906 e il 1908 e raccoglie opere della collezione privata del conte, oggetti di proprietà comunale provenienti dalle soppresse corporazioni religiose, la “quadreria” donata dal generale Giovan Battista Fardella alla sua città nel 1830, gran parte della collezione del conte Hernandez, nonché manufatti di vario tipo donati da cittadini trapanesi ed opere eterogenee acquistate sul mercato antiquario, reperti archeologici donati dal Museo Nazionale di Palermo, cimeli storici della Biblioteca Fardelliana e ceramiche dell’Ospizio Marino “Sieri Pepoli” di Trapani. È uno dei pochi musei in Sicilia a possedere una qualificata raccolta di “arti decorative e applicate”, che documenta la fervida attività dei maestri trapanesi specializzati nella lavorazione di corallo, avorio, conchiglie, pietre dure, oro e argento, attraverso presepi, oggetti con corallo, cammei e manufatti in altri materiali pregiati. Tra le collezioni di opere in corallo figurano la pregevole Lampada pensile, opera realizzata nel 1633 e firmata dal trapanese Frà Matteo Bavera, e lo splendido Crocifisso, celebrato dalle fonti per l’estrema perizia della sua fattura e l’eccezionalità delle sue dimensioni. Il Museo custodisce inoltre una sontuosa collezione di gioielli, in gran parte proveniente dal Tesoro della Madonna di Trapani, un tempo custodito dai frati carmelitani nell’attiguo Santuario di Maria SS. Annunziata. La raccolta nasce dall’omaggio di re, principi, nobildonne, prelati, semplici fedeli al celebre simulacro della Vergine, storica meta di pellegrinaggi ed oggetto di intensa devozione. Nella sezione dedicata alle arti decorative figurano anche le celebri figurine da presepe in legno tela e colla prodotte da maestri trapanesi specializzati in tale tecnica; tra questi fu famoso Giovanni Matera (1653-1718), che produsse piccoli capolavori carichi di intensa e drammatica espressività.


Nel centro storico di Trapani si susseguono una serie di chiese di notevole interesse: la chiesa di San Francesco d’Assisi, la chiesa dei Cappuccini, la chiesa di San Pietro e quella del Purgatorio. Procedendo in corso Vittorio Emanuele, si incontrano la Cattedrale, dedicata a S. Lorenzo ed edificata nel seicento su un precedente edificio trecentesco. Una delle vie più belle della città, via Garibaldi, vanta la presenza di chiese ed edifici settecenteschi, come Palazzo Riccio di Morana, coronato da statue, Palazzo Milo e la Badia Nuova (S. Maria del Soccorso), una delle chiese più antiche di Trapani, Palazzo Senatorio (o Cavarretta), la cui facciata è su due ordini scanditi da colonne e statue e la Torre dell'orologio di origini duecentesche. In via Libertà, sono situati invece la chiesa del Carmine, di stile rinascimentale fondata dai Padri Carmelitani, Palazzo Fardella e Palazzo Sanseverino.

 

 

 

Dopo una passeggiata lungomare e una squisita granita al pistacchio, ci siamo diretti a piedi verso la Riserva Naturale Orientata Saline di Trapani e Paceco, che copre il territorio compreso fra le città di Trapani e Paceco e che abbiamo raggiunto a piedi dopo circa un’ora di strada.
Qui le strutture create secoli fa per la lavorazione del sale si sono fuse armoniosamente con il paesaggio naturale per dare vita ad un ambiente unico e suggestivo. La Riserva, situata nei pressi del Mulino Stella, è stata istituita nel 1995 per proteggere una delle ultime zone umide ancora presenti nella Sicilia occidentale.
Da allora i suoi 986 ettari, divisi fra riserva e pre-riserva, sono affidati alla cura del WWF Italia.
Al tramonto, quando cala il sole, ognuna delle vasche assume una tonalità diversa, dal rosa intenso al rosso e al dorato, regalando uno spettacolo molto suggestivo. Tutta questa zona è stata dedicata all’estrazione del sale dal mare, tuttavia alcune specie vegetali sono riuscite ad adattarsi e a sopravvivere, come ad esempio la Salicornia, l’Halimione portulacoides, la Suaeda, l’Atriplex alimus, la Frankenia pulverulenta, il Limonium avei e il Bupleuro, ma anche il Fungo di Malta, pianta priva di clorofilla che si trova soltanto in poche altre località del Mediterraneo.  

Essendo una delle ultime zone umide sulla rotta degli uccelli migratori che si spostano da e verso l’Africa, le Saline di Trapani e Paceco rappresentano per molti di essi un importante punto di sosta e di ristoro. Il raro Tarabuso, protetto a livello internazionale, le bianche Garzette, il Pignattaio con il suo becco ricurvo, la Sgarza ciuffetto, la Spatola, la Moretta tabaccata e il Falco Pellegrino trovano qui cibo e riparo, così come aironi e fenicotteri, falchi e gufi di palude, il Martin Pescatore, il Falco pescatore, ma anche il Cavaliere d’Italia, il Fratino e il Fraticello, l’Avocetta e la Volpaca che hanno scelto le saline per nidificare. Sui cespugli di Salicornia trova riparo e nutrimento la rara Teia Dubia, piccola farfalla presente solo nelle Saline di Trapani e Paceco e nello Stagnone di Marsala. Qui vivono infatti anche Volpi, Donnole, Ricci e Conigli e il Nono (Aphanius fasciatus), un piccolo pesce che la Comunità Europea ha dichiarato a rischio.

 

Diverse sono le specialità di Trapani, come il vino, i capperi, l’aglio, le arance, l’olio, la cucina è fantastica, con piatti famosi come il Cous cous di pesce, ma anche le busiate al tonno, la pasta alla norma, e poi i secondi di pesce, lo sfincione, e i dolci tipici come i cannoli, le cassate, le granite di svariati gusti, dal pistacchio alla fragola, dall’arancio al gelso, e tante altre prelibatezze.

E se si è in cerca di un souvenir originale, l’artigianato locale offre splendidi oggetti realizzati con il corallo e con la ceramica.

 

Il giorno seguente abbiamo deciso di visitare la meravigliosa Isola di Favignana,  la più grande, la più popolata e la più famosa delle tre isole che formano l'arcipelago delle Egadi. Dal porto di Trapani, abbiamo preso un aliscafo della Siremar e dopo circa 30 minuti di traversata, circondati dal mare blu e ammaliati da alcuni delfini che giocavano tra le onde,  abbiamo raggiunto Favignana,  che ha una forma allungata, leggermente più stretta al centro, che ne giustifica il soprannome di “farfalla”. Qui il clima è reso quasi sempre mite da un vento fresco e leggero, lo Zefiro, detto anche Favonio, a cui si deve l’attuale nome dell’isola che invece i Greci chiamavano Aegusa, dal nome di una ninfa che abitava a Favignana.


 

 

 

 

 

Nella metà dell’800, Favignana assunse sempre maggiore importanza nel panorama economico della zona grazie alla famiglia Florio che vi impiantò una grande tonnara. Il palazzetto liberty di proprietà della famiglia domina l’area vicino al porto. L’isola conquista con le sue acque cristalline, le piccole baie e i fondali favolosi. Prevalentemente brulla, si estende per 19 km quadrati, è lunga 9 km e larga 4. E' formata dalle due zone pianeggianti del Bosco e della Piana, divise da un ampio corpo montagnoso di natura calcarea, che le danno una forma di farfalla adagiata sul mare, come la definì il pittore Salvatore Fiume negli anni ‘70. Il punto più alto è Santa Caterina, su cui è situato il Castello di S. Caterina, costruito in epoca normanna dal re Ruggiero.

Favignana è famosa per le sue cave di tufo pregiato, per le sue tonnare, per lo stabilimento dove avveniva la lavorazione e l'inscatolamento del tonno, per il palazzo Florio, per il carcere San Giacomo, per il parco archeologico nella zona di San Nicola e il piccolo Museo archeologico che raccoglie antichi reperti locali. Attualmente Favignana ha circa 3300 residenti. Vicino alle sue coste si trovano alcuni isolotti e scogli: il Preveto (u Previtu), un isolotto basso, che si trova in località Pirreca, distante circa 150 metri dalla riva, vi sono ancora visibili i ruderi di una vecchia casa; Galeotta (a Liotta) e Galera (Alera): isolotti di colore nerastro, situati a sud di Favignana; scoglio Corrente (Scogghiu Currenti), così chiamato per le forti correnti sottomarine che lo circondano; scoglio Palumbo (Scogghiu Palummu) si trova tra il Preveto e Punta Lunga.

 

Dopo una passeggiata per le viette dell’isola e un tuffo nelle acque blu, abbiamo ripreso l’aliscafo per fare ritorno a Trapani, portando nel cuore le immagini e i ricordi di questi splendidi giorni passati in Sicilia.

 




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1 maggio 2015

EXPO MILANO 2015 E' INIZIATO

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Expo Milano 2015 è ufficialmente iniziato. Questa mattina, alla presenza delle alte cariche dello Stato Italiano e degli altri Paesi del Mondo, del Cardinale di Milano Angelo Scola e del Cardinale Gianfranco Ravasi, si è tenuta la cerimonia di apertura dell’Esposizione Universale, che si svolgerà nel capoluogo lombardo dal 1° maggio al 31 ottobre 2015. Dopo un pre-show allietato dagli attori Marco Maccarini e Claudia Gerini, che hanno parlato dell’Esposizione Universale, con l’intervento di alcuni Ambassador come lo chef Massimo Bottura, l’ex calciatore dell’Inter Javier Zanetti e l’attrice Martina Colombari, e un minuto di silenzio a ricordo delle vittime del terremoto in Nepal, ha avuto inizio la cerimonia con l’ingresso all’Open Air Theatre dei volontari che hanno portato sul palco le bandiere dei 145 Paesi del mondo presenti ad Expo 2015.

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Quindi ha preso la parola il Commissario Giuseppe Sala: "Il grande giorno è arrivato, finalmente. Dopo 109 anni Milano riapre le porte per ospitare nuovamente l’Esposizione Universale, con la volontà di celebrare non solo il progresso scientifico e tecnologico, ma soprattutto di affrontare una tematica fondamentale come il cibo e la sua equa distribuzione tra i popoli, attraverso una profonda collaborazione tra i Paesi del mondo. E’ un’edizione con un record di nazioni partecipanti, ben 145, con inoltre la novità dei cluster. Expo2015 è stata costruita da una squadra di giovani e voglio ringraziare tutti coloro che si sono adoperati lavorando per raggiungere questo importante traguardo. In questo percorso abbiamo operato per rispettare legalità, budget e tempi e per questo ringrazio Raffaele Cantone. Expo è una grande occasione di valorizzare il lavoro, dalle grandi aziende alle piccole medie imprese, è un’incredibile opportunità di rilancio del turismo”.

E’stata poi la volta del sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: “Non è più accettabile che 800 milioni di persone nel mondo soffrano la fame mentre altre soffrono di obesità, non è più accettabile un mondo in cui foreste e mari sono sfruttati in maniera indiscriminata: è questo il messaggio che deve partire da Milano, una città che offre tutta se stessa per Expo, la sua arte, la sua storia, la solidarietà e il sorriso”.

Ha preso la parola il Presidente della Regione Lombardia Roberto Maroni:“Benvenuti in questa terra di laghi e di montagne, celebre nel mondo per le sue impareggiabili vedute. Benvenuti in Expo, benvenuti in Lombardia. Sono onorato e fiero di rappresentare la regione che ospita l'Expo: una terra operosa e di cultura, scrigno di tesori artistici e naturali. Benvenuti nella prima regione agricola d'Italia, terra di innovazione e di ricerca, di lunga tradizione industriale. Lasciatemi ringraziaretutti coloro che hanno lavorato con fatica per il raggiungimento di questo obiettivo. Un caloroso 'grazie' a chi ha messo ingegno, creatività, competenza e impegno al servizio di questo grande progetto italiano. Un 'grazie' a tutte le Istituzioni, che hanno collaborato fianco a fianco, per arrivare a questa giornata storica.Milano, la Lombardia, l'Italia sono nel mondo sinonimi di arte, cultura, paesaggio, musica, moda, design: questa è oggi l'occasione per valorizzare il nostro straordinario patrimonio artistico, culturale e ambientale. Vogliamo che i visitatori di Expo si innamorino di tutto ciò e ritornino anche dopo l'Expo. Questa Esposizione universale è già un successo: lo dicono i numeri dei partecipanti, dei biglietti venduti, dei visitatori in arrivo da tutto il mondo. Ma, ancor più, ce lo testimonia l'interesse suscitato ovunque, in Italia e all'estero, dal tema: 'Nutrire il pianeta, Energia per la vita'”.

Il Presidente del Bureau International des Expositions, Ferdinand Nagy, l’organizzazione internazionale intergovernativa francese fondata nel 1928 e che da allora gestisce le Esposizioni Universali ha detto: “Nei prossimi 6 mesi Milano sarà conosciuta non solo come punto di riferimento finanziario, ma anche come grande piattaforma internazionale per il dialogo”.

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Quindi è arrivato il videomessaggio in diretta dal Vaticano di Papa Francesco: “Sono grato di unire la mia voce all’Expo, la mia è la voce dei pellegrini nel mondo intero, è la voce di tanti poveri che fanno parte di questo popolo e con dignità cercano di guadagnarsi il pane col sudore della fronte. Vorrei farmi portavoce di tanti fratelli e sorelle, cristiani e non, che Dio ha amato e per il quale ci ha insegnato a chiedere il pane quotidiano. L’Expo è l’occasione propizia per globalizzare la solidarietà. L'Expo dedicato a nutrire il pianeta non resti solo un tema, cerchiamo che non sia una occasione sprecata, ma valorizziamola, e per valorizzare il tema facciamo sì che sia accompagnato dalla coscienza e dai volti di milioni di persone che oggi hanno fame, che oggi non mangeranno, e non mangeranno in modo degno di un essere umano. Che Dio ci doni l’amore per condividere il pane, il nostro pane quotidiano e non manchino la dignità del lavoro per ogni uomo e ogni donna”. Papa Francesco ha ricordato anche i volti anonimi dei lavoratori che hanno reso possibile l’Esposizione Universale.

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Lo storico coro dei Piccoli Cantori di Milano, insieme a 100 alpini, ha eseguito l’Inno di Mameli, arrangiato per l’occasione da Stefano Barzan e modificato nel finale con la frase “Siam pronti alla vita”, mentre il capocantiere di Expo Romano Bigozzi, 78 anni, ha consegnato il tricolore a un esponente dell’Arma dei Carabinieri per l’alzabandiera. Poi sono state innalzate anche la bandiera di Expo 2015 e quella dell’Unione Europea.

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"L'Italia s'è desta, siam pronti alla vita, sì", conqueste parole il Presidente del Consiglio Matteo Renzi ha aperto il suo discorso: "Non ci credevano in tanti, grazie al sudore dei lavoratori e delle lavoratrici l'Expo è realtà. Non è ancora scommessa vinta, abbiamo sei mesi per vincerla. Grazie al sindaco Letizia Moratti che ha avuto l'intuizione di questo evento e il desiderio di scegliere questi temi. Grazie per l'attenzione costante a tutte le autorità che a Roma hanno svolto un ruolo di dialogo. In questi anni la solidità istituzionale è stata garantita da tanti ma in particolare dallo sguardo tenace, deciso, affettuoso di Giorgio Napolitano (presente tra il pubblico con la moglie Clio), su questo evento e sulla città. Siamo un grande Paese, abbiamo una grande forza, un grande ruolo. Basta piangersi addosso, come vorrebbero i professionisti del 'non ce la farete mai'. Cari signori professionisti, stamattina avete la vostra risposta con l'inaugurazione di Expo 2015. Avvertiamo il bisogno di dire che c’è la necessità di abbracciare il mondo per cambiarlo. Al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella (che oggi non era presente ma che in un messaggio ha auspicato che Expo 2015 possa essere un punto di svolta per l’Italia) dico “Ti aspettiamo a Milano””, ha concluso il Premier che ha firmato la Carta di Milano, diventando il primo firmatario del documento che dice al mondo intero: bisogna garantire il diritto al cibo per tutti, e poi ha pronunciato la frase di apertura “Dichiaro ufficialmente aperta l’Esposizione Universale Milano 2015”.

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La cerimonia di apertura si è chiusa con le note di “Beautiful that way (La vita è bella)”, suonata dalla Fanfara dei Carabinieri e con la spettacolare esibizione delle Frecce Tricolori, che hanno disegnato in cielo il Tricolore più lungo del mondo.

 

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Sono 145 i Paesi rappresentati, un giro del mondo emozionante e pieno di sorprese. Ogni Padiglione è un viaggio nella cultura, nei profumi, nei colori e nelle tradizioni di un popolo. All’interno, i diversi Paesi hanno organizzato attrazioni, spettacoli, architettura, design, sapori, natura e scienza, che si uniscono in un unico spazio per un’esperienza entusiasmante, che potremo vivere dal 1° maggio al 31 ottobre 2015.

Vi proponiamo una guida per conoscere i Padiglioni dei Paesi presenti ad Expo 2015 e tante altre informazioni.

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PADIGLIONI (e rispettive coordinate)  

Angola G8
Il Padiglione dell’Angola si caratterizza per la forma stilizzata di un baobab africano posta al centro della struttura. L’altro aspetto caratteristico che merita la visita sono gli spazi verdi coltivati con piante, ortaggi e frutta tipiche del Paese.

Argentina G15
Il Padiglione dell’Argentina, che è formato da silos allineati, propone contenuti audio-video, simulatori, sistemi interattivi, spazi multisensoriali.

Austria H21
Il Padiglione dell’Austria riproduce il microclima di un bosco austriaco. Ai visitatori è proposta l’esplorazione di uno spazio che, in assenza di climatizzazione, sarà raffreddato dal naturale effetto rinfrescante della evapotraspirazione delle piante.

Azerbaigian H16
Il percorso si snoda attraverso tre sfere di vetro su più livelli che rappresentano tre diverse biosfere. La prima è dei paesaggi, la seconda è quella delle nove zone climatiche azerbaigiane, la terza è quella delle culture tradizionali e dell’innovazione.
Sui tre livelli, collegati da scale mobili, vengono mostrate le risorse naturali, agricole e produttive del Paese. Al centro, delle lamelle di legno rappresentano la sagoma di un albero rovesciato.

Bahrain G8
Il Padiglione del Bahrain permette ai visitatori di fare un viaggio attraverso dieci orti botanici, ognuno caratterizzato da piante che porteranno frutto in momenti diversi del Semestre.

Belgio H9

La visita inizia da una pergola semicoperta, dalla quale si accede alla fattoria. Lungo una facciata di vetro, si trovano una serie di bottiglie di birra giganti che lasciano filtrare la luce. A destra, su un muro di cioccolato, alcuni schermi mostrano il know how dell'industria cioccolatiera belga.

Dalla rampa del futuro, con animazioni luminose che invitano a viaggiare nel tempo, si passa nella cantina. Qui si mettono in pratica le tecniche di produzione alternativa. E i prodotti ottenuti con questi sistemi sono usati nella cucina del Padiglione.
La scala di vetro, un pozzo di luce naturale a spirale, riporta in superficie. La struttura che sovrasta la scala rappresenta un filamento di DNA, che celebra la vita.

 

Bielorussia G12
Il simbolo del Padiglione è la ruota della vita, una sorta di mulino ad acqua, sotto il quale uno spazio espositivo con monitor interattivi racconta il progresso agricolo e tecnologico del Paese. Con frequenza, sono ospitate performance artistiche ed esibizioni di gruppi musicali folk.


Brasile G9
Il cuore pulsante del Padiglione del Brasile è una rete interattiva che collega i tre piani. Camminando sulla rete sospesa, i visitatori interagiscono con l’ambiente circostante: dei sensori, infatti, rilevano i movimenti trasferendo impulsi che modificano il suono e la luce circostante. La visita inizia da un’area aperta (Green Gallery), con ortaggi, piante, fiori e frutti accompagnati da tavoli interattivi, che offrono giochi e informazioni sulle etnie del Brasile. Una rampa porta al primo piano, dove una proiezione guida i visitatori. Al secondo piano, un’altra proiezione su uno schermo trasparente mostra un video che si attiva grazie ai sensori di prossimità.

Cile H22
L’accesso al Padiglione del Cile – una architrave in legno sollevata da quattro pilastri di cemento che vuole ricreare l’orizzonte temperato tipico dell’architettura cilena – è un punto relax con tavoli e panche. In un percorso d’ingresso della durata di 3-5 minuti sono protettati i contrasti tipici di questo territorio. L’itinerario è accompagnato da tavole interattive, proiezioni immersive in 3D 4k, ricorso alla realtà aumentata.

 

Cina G14
È la prima volta che la Cina partecipa a un’Esposizione Universale e quindi Expo Milano 2015 diventa un momento di grande festa, un’occasione per mostrare le meraviglie di un Paese ricco di cultura e di tradizioni. La Cina riflette sul tema della gratitudine e del rispetto per il Pianeta, partendo dal concetto che l’uomo è parte integrante della natura. I Padiglione riflette i progressi della tecnologia cinese nel campo dell’agricoltura e mostra come sarà possibile nel futuro offrire cibo salutare a tutti i popoli. Il visitatore scopre qui il processo del raccolto secondo il calendario cinese lunisolare, come si producono cibi tipici come il tofu e quali sono i progressi scientifici che possono migliorare nel futuro al produzione di cibo, come il riso ibrido del professor Yuan Longping.


Colombia G14
La visita al Padiglione della Colombia si snoda attraverso cinque piani termici, corrispondenti ai diversi climi che il Paese riunisce in un solo territorio, a diverse altitudini.

 

Francia G18
Entrando da un labirinto-giardino, che riproduce tre paesaggi agricoli, si arriva un'ampia grotta, che rende l’esposizione francese una sorta di percorso iniziatico. In una volta interamente ricoperta di vegetazione, sono mostrate le soluzioni per "Produrre di più e meglio". L'ultima sezione è dedicata a "Piacere e salute", e invita i partecipanti a riscoprire il piacere di cucinare e mangiare come ricompensa per gli sforzi sostenuti nel percorso, con una distesa di slogan che incoraggiano ad agire meglio per il futuro del cibo.

 

Ecuador G22
Nello spazio-museo fluttuano ologrammi 3D di cacao, rose, quinoa e altri elementi, con un sistema tecnologico che ne riproduce i profumi.

 

Emirati Arabi Uniti H16
Attraverso rampe dalle forme sinuose, che simboleggiano le dune, si entra nel cuore del Padiglione, dove è proiettato il filmato “Family Tree”. Verso la fine del cortometraggio, i visitatori sono condotti in uno spazio teatrale interattivo, nel quale sono coinvolti per portare a termine la storia. La visita termina con l’esposizione “La vita segreta di una palma da datteri”.

Estonia G25
Il focus del Padiglione sono i tipici dondoli (“kiik”): facendoli oscillare si può generare energia elettrica.

Germania G22
La prima parte del percorso del Padiglione tedesco illustra le fonti dell’alimentazione (suolo, acqua, clima e biodiversità). Nello spazio “Il mio giardino di idee” ogni visitatore può interagire con il materiale esposto per ottenere ulteriori informazioni multimediali. Il gran finale è lo show “Be(e)active”: i visitatori possono sperimentare un volo sulla Germania (attraverso 3mila schermi che proiettano paesaggi tedeschi) dalla prospettiva di due api in volo, il cui movimento è diretto da un direttore d’orchestra.

Giappone G24
Il Padiglione del Giappone, composto da 17mila pezzi di legno incastrati tra loro in modo da lasciar penetrare la luce solare, ospita un ristorante da dieci tavoli sedendosi ai quali è possibile fare un pranzo virtuale. Il cibo, infatti, appare sul piano del tavolo con una spiegazione delle sue caratteristiche.

Indonesia H26
Attraverso lo spettacolo “Oculus”, l’Indonesia propone un viaggio virtuale nel suo Paese, grazie a un’immersione in immagini e suoni che danno ai visitatori l’impressione di essere sull’arcipelago.

Iran H22
Il Padiglione dell’Iran è una tenda gonfiata dal vento con un soffitto ricoperto di specchi. È quindi possibile passeggiare nel verde osservando i riflessi prodotti dagli specchi. Durante il semestre saranno proposti spettacoli tradizionali.

Irlanda H7
L’elemento più suggestivo è la Ireland Plaza, una grande piazza che ospiterà show, concerti e spettacoli della tradizione irlandese.

Israele G19
L’elemento caratterizzante del Padiglione di Israele è il “giardino verticale”: una parete lunga 70 metri e alta 12 interamente adorna di piante vive, i cui fiori e colori cambieranno con il passare delle stagioni.
Il Padiglione offre al visitatore un’esperienza divisa in due fasi. Nel primo spazio, attraverso film 3D ed effetti multidirezionali, è illustrata la storia dell’agricoltura israeliana. Uno dei film presentati racconta il piano di rimboschimento di Israele portato avanti dal Fondo Nazionale Ebraico (KKL). Nel secondo spazio una tappezzeria luminosa di led danza in ogni direzione.

Italia G19
Il Padiglione Italia è costituito da nove punti di attrazione. In uno di questi, Palazzo Italia, è collocata un mappa dell’Europa nella quale manca l’immagine dell’Italia. Una voce, anticipata da una sirena, si chiede come sarebbe il mondo se non ci fosse stato il nostro Paese, mentre vengono proiettate le principali bellezze artistiche, culturali, gastronomiche, le scoperte geografiche e le opere dell’ingegno collegate ai nostri connazionali.


Kazakhstan H16
La rotta suggerita ai visitatori percorre le aree tematiche: “Benvenuti in Kazakhstan” (con un video introduttivo), “Il grano” (un diorama dinamico ricrea il paesaggio tipico dei campi di grano, una delle risorse naturali più importanti per il Paese), “Il management delle risorse idriche” (due schermi panoramici presentano i principali fiumi e laghi sottolineando l’importanza di tutelare la biodiversità e la pesca), “Prodotti del Kazakhstan” (in particolare latte, carne di cavallo e mele), “Expo 2017 Astana” (con la visione in anteprima dei progetti dell’Esposizione che si svolgerà fra tre anni sul tema “Future Energy”).

Kuwait G22
La struttura del Padiglione richiama le imbarcazioni kuwaitiane, i Dhow, tuttora utilizzate nel Golfo Arabico. La facciata laterale presenta un esempio delle serre e dei sistemi di coltura idroponica diffusi nel Paese.
La prima sezione del percorso illustra le caratteristiche del territorio e del clima del Kuwait; nella seconda viene mostrato come lo studio e la ricerca scientifica abbiano permesso di creare un habitat ospitale e fertile; nell’ultima sezione, i visitatori possono immergersi in prima persona nella cultura kuwaitiana.

Lettonia
Il simbolo del Padiglione della Lettonia è una quercia gigante. Le delizie artistiche, musicali, gastronomiche e di design del Paese si possono godere nello spazio aperto sotto i rami dell’albero, dopodiché il visitatore può procedere intorno alle radici – luogo dove culminano le impressioni musicali e visuali. Nella corona al terzo piano, invece, si è ‘annidato’ il centro convegni.

Lituania G11
Il Padiglione della Lituania è composto da due grandi cubi bianchi collegati da una passerella, che ricordano una bilancia. Nello spazio a forma di chicco di grano del primo cubo, personaggi a cartoni animati ripercorrono la storia del Paese. Nel secondo cubo, schermi interattivi propongono invece uno sguardo sulle innovazioni.

Malaysia G12
Il Padiglione della Malaysia ha la forma di quattro semi della foresta pluviale, lungo i quali si sviluppa la visita. La struttura esterna dei semi è costruita con il "Glulam" o legno lamellare, un innovativo legno strutturale ricavato da materiale locale sostenibile. Nel quarto seme, musica, arte e cultura illustrano lo spirito malese.

Marocco H24
Il Padiglione ricorda una cittadella fortificata araba. Al termine della visita, ci si può rilassare nel tipico giardino mediterraneo, con palme, olivi e aranci.

Messico H19
Il Padiglione del Messico ha la forma di una pannocchia, che si può percorrere attraverso rampe elicoidali fiancheggiate da un corso d’acqua, fino ad arrivare alla terrazza sul tetto, che ospita un ristorante e un giardino urbano.

Moldova G11
Nel Padiglione della Moldova, che ricorda una mela tagliata, sarà proiettato il film “Joc. Pure energy of life”, realizzato per Expo Milano 2015, che racconta la storia di un gruppo di danza popolare moldavo.

Monaco G24
Lo spazio espositivo del Principato di Monaco si divide in 11 stazioni create con casse da imballaggio, ognuna delle quali rappresenta un diverso tema legato alla protezione ambientale.

Nepal H8
Il Padiglione ricorda la forma del mandala, il diagramma circolare composto dall’unione di figure geometriche che richiama il cerchio della vita.
L’atmosfera in cui si calano i visitatori è quella degli antichi insediamenti delle valli di Kathmandu, con porticati e templi caratterizzati da 42 colonne intagliate a mano.

Olanda G18
Il Padiglione olandese si ispira a un vero e proprio luna park con una ruota panoramica. Particolarmente adatto, dunque, anche ai più piccoli.

Oman G26
Il grande Padiglione rappresenta una cittadina che richiama le architetture tipiche del sultanato.

Polonia G18
Un corridoio conduce al primo piano del Padiglione. Qui i visitatori arrivano a un giardino magico. Dal suo centro si sviluppa uno stretto e tortuoso sentiero intervallato da alberi di mele. Il riflesso degli alberi negli specchi crea l’illusione di uno spazio vasto e infinito e allo stesso tempo enfatizza l’atmosfera magica del luogo.
Dal giardino, i visitatori passano facilmente al successivo spazio espositivo, dove si trova l’installazione di una mela gigante. Partendo dall'interno della "mela", i visitatori sono guidati fino al piano terra del Padiglione, dove continua la storia dell’economia polacca con grafiche animate e proiezioni. Il percorso conduce il visitatore al cinema, dove sono proiettati una serie di video.

Qatar H24
Nello spazio del Padiglione, a forma di cesto, è possibile assistere a uno spettacolo interattivo.

Regno Unito H18
La visita si ispira al movimento di un’ape, a partire da un’orchidea, passando per un prato fiorito fino al ritorno all’alveare, il tutto accompagnato dai rumori e dagli effetti visivi registrati da un vero alveare in Regno Unito.

Repubblica di Corea G9
La struttura di rifà al “moon jar”, il tipico vaso in ceramica dove avviene il processo di fermentazione di alcuni piatti tradizionali, di cui verrà mostrata la preparazione e che si potranno degustare al primo piano.

Repubblica Ceca G7
Il cuore del Padiglione è la zona della piscina, destinata a feste, eventi, degustazioni e laboratori per bambini.

Romania H18
L’accesso principale all’area espositiva richiama l’aspetto di un flauto di Pan.
Il piano terra rievoca un viaggio attraverso le bellezze naturali della Romania. Il primo piano dà invece spazio a un’interpretazione contemporanea della tipica abitazione di un villaggio, posizionata sul delta del fiume Danubio, in legno e vetro e circondata da un ampio giardino.
La Romania ha affidato il suo racconto a un personaggio tipico del folklore locale: Lia (CIocârlia), una ragazza dalla voce incantevole che secondo la leggenda si innamorò del Sole e si trasformò in uccello per raggiungere l’amato.

Russia G25
Il Padiglione, a forma di L, ha come punto di attrazione la tettoia panoramica. Al piano terra sono esposti i prodotti alimentari tipici del Paese.

Santa Sede G18
Fin dalle pareti esterne, il Padiglione propone due spunti di riflessione: “Non di solo pane vive l’uomo” e “Dacci oggi il nostro pane”. La visita inizia prima dell’ingresso, perché i visitatori sono accolti personalmente dai volontari. Il percorso espositivo procede illustrando in cinque scene le dimensioni ecologica, economico/solidale, educativa e religioso-teologica del tema. Nella quarta scena (“Educarsi all’umanità”), è proposta una tavola in legno sulla quale sono proiettati tutti gli ambiti della vita quotidiana in cui si può agire responsabilmente per cambiare il mondo. Anche il congedo è a cura dei volontari.

Slovacchia G24
Un luogo dove ricaricarsi: l’area relax esterna al Padiglione della Slovacchia - composto da un cubo di listelli di legno con una cascata che alimenta un sistema di mulini - ospita infatti delle sedie a sacco dove è possibile alimentare i propri smartphone e tablet.

Slovenia H21
Cinque piramidi di legno e vetro ripropongono il tipico paesaggio montuoso della Slovenia. Al termine della visita, che culmina in uno spazio aperto con viti, ulivi e una mini-foresta vengono donati a ciascuno cinque chicchi di grano saraceno.

Spagna H18
Il Padiglione della Spagna propone un Viaggio del sapore che inizia con una valigia di 5x4 metri, punto di partenza di un’installazione audiovisiva dell’artista catalano Antoni Miralda. Una volta oltrepassato il portico, 20 valigie proiettano altrettante proposte visive (ognuna dedicata a un alimento). Miralda ha previsto che il viaggiatore/visitatore possa rispondere – in modo interattivo – a domande sull’alimentazione. La mostra Il linguaggio del sapore guida invece i visitatori nell’immaginazione culinaria di un cuoco attraverso i paesaggi e gli aspetti più rappresentativi della produzione agroalimentare.

Stati Uniti d’America G23
Il Padiglione – al quale si accede tramite una passerella in legno recuperato dal lungomare di Coney Island – si ispira a un tradizionale granaio americano e si sviluppa come una struttura aperta su più piani. L’elemento distintivo del Padiglione è la grande ‘fattoria verticale’, da cui si otterrà un raccolto quotidiano.

Sudan H8
Il Padiglione del Sudan si ispira alla casa “nubiana”, il nucleo abitativo caratteristico del Sudan.
Si sviluppa su un solo livello con un cortile centrale – fulcro della vita casalinga sudanese e luogo adibito al consumo dei pasti – sul quale si affacciano diverse stanze tematiche.
In questo centro, come è consuetudine in Sudan, vengono serviti piatti tipici, bevande naturali ed è presente un’esposizione di prodotti in pelle e altri oggetti del folklore sudanese.

Svizzera G21
Quattro torri piene di acqua, sale, caffè e mele caratterizzano il Padiglione Svizzero. I visitatori accedono con gli ascensori e, una volta arrivati in cima, possono servirsi nelle quantità che desiderano. Man mano che le torri si svuotano, le piattaforme sui cui poggiano si abbassano, modificando l’aspetto del Padiglione stesso. La struttura comprende anche la Casa Svizzera, dedicata al tema dell’acqua, e l’esposizione interattiva di Nestlé, un percorso espositivo sul rapporto tra alimentazione e cervello. Sarà disponibile anche un gioco interattivo, Plant Doctor.

Thailandia G13
Il Padiglione della Thailandia si ispira al cappello tipico del coltivatore di riso, chiamato ngob. Ogni giorno lo spazio ospiterà performance diverse: boxe, marionette, maschere giganti e sfide musicali.

Turchia G24
Il Padiglione richiama un melograno stilizzato (“nar”) e ospita un giardino di platani dove degustare il tè ottomano, circondati da chioschi e aree mercato.

Turkmenistan H26
Il Padiglione, ispirato al tema “Acqua è vita”, si apre su una fontana scenografica, punto di maggiore attrazione.

Ungheria H18
In questo Padiglione – che si ispira nella parte centrale all’Arca di Noè, simbolo di salvezza degli esseri viventi, mentre le due estremità laterali richiamano i tamburi sciamanici - è disponibile per i musicisti un pianoforte ad alta ingegneria.

Uruguay G13
Il percorso inizia nel giardino del Padiglione, dove il pubblico riceve le prime informazioni sull’Uruguay. Le persone accedono a una rampa sonora, dove potranno vivere un'esperienza sensoriale attraversando distinti paesaggi sonori dell'Uruguay: dalle voci del campo fino al rumore dell'oceano, dal crepitare del fuoco per fare una carne arrostita all'allegria del carnevale.
I visitatori entrano poi in una sala dove si immergono in un cortometraggio proiettato su schermi tenuti da braccia robotiche che circondano il pubblico. Si tratta di una produzione originale, il cui schema narrativo riflette, a partire da un dialogo tra generazioni, la tradizione dell'Uruguay e gli avanzamenti del Paese e pennellate di paesaggi.

Vietnam H9
Il Padiglione del Vietnam è a forma di fiore di loto e questo simbolo del Paese si potrà anche degustare in diverse preparazioni del ristorante.

 

I CLUSTER

I padiglioni collettivi dei Paesi partecipanti sono stati ripensati e denominati cluster, e rappresentano un vero punto di novità rispetto alle manifestazioni del passato. Tutte le Expo moderne hanno sempre organizzato padiglioni comuni per quei Paesi che non avessero avuto modo, o risorse, per allestirne uno proprio; questi spazi sono sempre stati pensati unendo gli espositori secondo una logica puramente geografica. Ad Expo 2015 sono invece state ideate nove aree, raggruppando i Paesi secondo criteri di identità tematica o di comune filiera alimentare:

IDENTITA’  TEMATICA:

1.      Agricoltura e Nutrizione nelle Zone Aride – La Sfida della Scarsità d’Acqua e dei Cambiamenti Climatici (Eritrea, Mauritania, Palestina, National Authority, Senegal, Somalia, Mali, Djibouti, Jordan). 

2.     Isole, Mare e Cibo (Guinea Bissau, Comoros, Maldive, Madagascar, Barbados, Belize, Dominica, Grenada, Guyana, St.Lucia, St.Vincent and The Grenadines, Suriname, Caricom).

3.      Bio-Mediterraneo – Salute, Bellezza e Armonia (Tunisia, Algeria, Egitto, Montenegro, Serbia, San Marino, Libano, Grecia, Malta, Albania).

 

FILIERA ALIMENTARE:

1.     Riso – Abbondanza e Sicurezza (Cambogia, Bangladesh, Sierra Leone, Laos, Myanmar)

2.      Caffè – Il Motore delle Idee (Etiopia, Guatemala, Kenia, Uganda, Yemen, Burundi, El Salvador, Ruanda, Rep. Dominicana, Timor Leste).

3.      Cacao – Il Cibo degli Dei (Camerun, Ghana, Cuba, Gabon, Sao Tomé e Principe, Costa D’Avorio)

4.      Cereali e Tuberi – Antiche e Nuove Colture (Bolivia, Haiti, Mozambico, Congo, Zimbabwe, Togo, Venezuela)

5.      Frutta e Legumi (Democratica Repubblica del Congo, Gambia, Guinea, Kirgyzstan, Zambia, Benin, Uzbekistan, Guinea Equatoriale)

6.      Il Mondo delle Spezie (Afghanistan, Tanzania, Vanuatu, Brunei)

 

Il modello architettonico dei cluster prevede spazi espositivi individuali dedicati ai singoli Paesi organizzati intorno a un’area comune. Ciascuno dei cluster è caratterizzato da un progetto architettonico distintivo. Sei di essi si affacciano direttamente sul decumano; tre sono collocati all'interno del Parco della Biodiversità, nell'area nord-est del sito.

L’ALBERO DELLA VITA

La grande chioma svetta verso il cielo, a 37 metri di altezza, sorretta da un complesso ed elegante intreccio di legno e acciaio. L’Albero della Vita, simbolo di Padiglione Italia, per sei mesi sarà il richiamo potente e suggestivo delle centinaia di migliaia di visitatori dell’Esposizione universale di Milano.
La grande struttura in legno e acciaio si erge al centro di Lake Arena, specchio d’acqua su cui si affacciano ampie gradinate, il maggiore spazio open air dell’area. L’opera, realizzata dal Consorzio “Orgoglio Brescia”, è situata al termine del Cardo, uno dei due assi principali di Expo, una delle principali vie d’accesso al sito. L’Albero è di fronte a Palazzo Italia, luogo di rappresentanza dello Stato e del governo italiano.

La struttura dell’Albero della Vita affonda le radici in uno dei periodi artistici più fervidi dell’arte italiana, il Rinascimento. Sul finire degli anni Trenta del XVI secolo, Michelangelo risistemava Piazza del Campidoglio su incarico papale, donandole una nuova forma e prevedendo una pavimentazione che eliminasse lo sterrato esistente. Proprio per questo pavimento, l’artista concepì e disegnò una struttura complessa e simbolica che, partendo da un disegno a losanghe, culmina in una stella a dodici punte indicante le costellazioni.

Proprio da questo disegno michelangiolesco, Marco Balich, direttore artistico di Padiglione Italia nonché produttore di grandi eventi e regista, ha mutuato la forma dell’Albero della Vita, una grandiosa costruzione a metà tra monumento, scultura, installazione, edificio, opera d’arte che oltre al Rinascimento rimanda a simbologie più complesse e comuni a numerose culture, per cui l’Albero della Vita è simbolo della Natura Primigenia, la grande forza da cui è scaturito il tutto. Il Concept è di Marco Balich e il design è di Marco Balich in collaborazione con lo studio Gioforma.

L’Albero della Vita non è solo tradizione e simbologia religiosa: è anche il segno di uno slancio rivolto al futuro, all’innovazione e alla tecnologia. La struttura nasce fin dall’inizio come icona interattiva destinata a catturare l’immaginario del visitatore e creare una rete di connessioni tra i vari padiglioni di Expo 2015. Ad animarla saranno una serie di effetti speciali realizzati con le più avanzate tecnologie di spettacolo. Dall’Albero della Vita partiranno tutte le manifestazioni del palinsesto del Padiglione Italia.

 


8 aprile 2015

La splendida Abbazia di Morimondo

           

 

 

 

Non è necessario andare lontano per scoprire dei tesori artistici. La giornata di Pasquetta è stata l’occasione per fare una gita fuori porta e andare a visitare la splendida Abbazia di Morimondo, un piccolo paese in provincia di Milano. 

Il Monastero di Morimondo, nome che significa “morire al mondo”, cioè "vivere da risorti", venne fondato nel 1134 a Coronate, località ancora esistente a circa un chilometro dall'abbazia, dai monaci provenienti dal monastero cistercense di Morimond in Francia. Insieme all’abate Gualchezio (Gualguerius) arrivarono Gualtiero, Ottone, Algisio, Guarnerio, Arnoldo, Enrico, Frogerio, Pietro, Bertramo, Petrus Niger e altri monaci. Nel 1136 essi si trasferirono in località “Campo Falcherio”, l’attuale sede. In poco tempo il monastero acquistò importanza e accolse numerose vocazioni provenienti da tutte le classi sociali; addirittura prima della costruzione della chiesa, i monaci morimondesi fondarono altre due comunità: nel 1143 Acquafredda (Como) e nel 1169 Casalvolone (Novara). Un segno notevole ed eloquente della ricchezza di vocazioni é testimoniato dalla fiorente attività dello scriptorium. Anche dal punto di vista agricolo ci fu una notevole espansione con gran numero di grande, oratori e mulini dislocati su un territorio di circa 3.200 ettari nel XIII secolo, di cui due terzi erano campi coltivati e un terzo boschi. Purtroppo la laboriosità e la pax monastica furono disturbate dagli eventi bellici del tempo. L'abbazia, infatti, era stata fondata al confine tra Pavia e Milano, città che continuamente si contendevano il dominio politico e militare con saccheggi e sconfinamenti al di qua e al di là del Ticino. Con la venuta di Federico Barbarossa in Italia, Morimondo venne sconvolta con un primo saccheggio da parte delle truppe tedesche nel 1161. La costruzione della chiesa abbaziale, ostacolata anche da una disputa di giurisdizione ecclesiastica con la vicina pieve di Casorate Primo, iniziò solo nel 1182.
Nel 1237 i lavori furono interrotti da un terribile saccheggio avvenuto nella notte del 3 dicembre a opera delle truppe pavesi, che devastarono il cenobio e uccisero molti monaci. Il monastero contava 50 monaci coristi e 200 conversi (fratelli laici dediti alla gestione delle attività produttive del monastero e ai rapporti con l'esterno). Da allora la comunità non si rialzò più e il termine dei lavori dell'abbazia si ebbe solo nel 1296. Nel 1450 Morimondo divenne commenda e il suo primo abate commendatario fu il cardinale Giovanni Visconti, arcivescovo di Milano, seguito dal cardinale Branda Castiglioni, noto umanista; ma provvidenzialmente Morimondo ebbe la sua rinascita spirituale grazie al figlio di Lorenzo il Magnifico, il cardinale Giovanni de' Medici (commendatario dal 1487 al 1501), futuro papa Leone X (1513-1521).
Egli si adoperò a inviare a Morimondo sei monaci cistercensi provenienti dall'abbazia di Settimo Fiorentino per riportare la regolarità della vita monastica.

Segno di questa ripresa sono le opere di arte e di devozione, commissionate dai monaci di Settimo Fiorentino, come la ricostruzione del chiostro intorno all’anno 1500, il rifacimento del portale della sacrestia, l'affresco della "Madonna col Bambino" attribuito al Luini del 1515 e infine il coro ligneo del 1522. Nel 1564 San Carlo Borromeo, per aiutare economicamente l'Ospedale Maggiore di Milano, spogliò l’abbazia di Morimondo dei propri terreni; contemporaneamente la eresse a parrocchia, dandole il titolo di Santa Maria Nascente. Il Seicento vide nell'abate Antonio Libanorio (1648-1652) l'apice di una nuova ripresa della comunità monastica. Nel Settecento vennero edificati i palazzi che s’innalzano sopra i lati ovest e nord del chiostro. Il 31 maggio 1798, a seguito della rivoluzione francese, fu decretata la soppressione di tutti gli ordini monastici e quindi anche della comunità cistercense di Morimondo. Dal 1805 al 1950 la vita religiosa venne animata da sacerdoti ambrosiani. Nel 1941 l’arcivescovo di Milano, il beato cardinale Ildefonso Schuster, in visita pastorale all'abbazia, volle riportare nel cenobio la vita religiosa. Prima vennero contattati i Trappisti delle Tre Fontane a Roma e in seguito, nel 1950, la Congregazione degli Oblati di Maria Vergine si stabilì nel monastero. Nel 1991 il cardinale Carlo Maria Martini affida alla Congregazione dei Servi del Cuore Immacolato di Maria la cura pastorale della parrocchia con un nuovo invito a rilanciare l'abbazia di Morimondo come centro di spiritualità e di iniziative pastorali.

Con la costituzione della Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, il 17 aprile 1993 si assiste a un rilancio di Morimondo con la valorizzazione del patrimonio spirituale e culturale dell'abbazia e del monachesimo di Cîteaux in generale. Dal 2006 è il clero diocesano che nella figura di Padre Mauro Loi assicura la continuità nel mantenere vivo lo scopo di questo luogo fondato da un piccolo gruppo di monaci francesi nel 1134: realizzare un posto di incontro tra Dio e l'uomo.

La Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo, fondazione privata senza scopo di lucro che ha ottenuto il riconoscimento del Ministero dei Beni Culturali ed Ambientali nel 1994, prende nome dalle note di possesso dei codici miniati prodotti all'interno dello scriptorium monastico nel dodicesimo e tredicesimo secolo. Gli scopi della Fondazione sono la valorizzazione culturale e spirituale dell'Abbazia di Morimondo e la promozione di attività per il recupero strutturale e architettonico di tutto il complesso monastico. Attraverso la Fondazione e i suoi operatori è possibile visitare l’intero complesso monastico che è museo regionale. Nel dicembre 2007 la Regione Lombardia ha riconosciuto ufficialmente il complesso monastico come museo regionale, gestito dalla Fondazione Abbatia Sancte Marie de Morimundo. Il museo è suddiviso in due sezioni: il Museo dell'Abbazia, nato per valorizzare e far conoscere i vari ambienti del complesso monastico e il Civico Museo Angelo Comolli, finalizzato a conservare i cartoni dell'artista e a farne conoscere l'opera. Il museo dell'abbazia è costituito dagli ambienti stessi dell'abbazia cistercense di Morimondo: la struttura del cenobio è ancora in gran parte quella medioevale del dodicesimo e tredicesimo secolo, con modifiche e parziali rifacimenti dei secoli quindicesimo, sedicesimo e diciassettesimo. Sono oggi visitabili il chiostro, la sala capitolare, le sale di lavoro dei monaci, la sala dei fondatori, il loggiato, il refettorio, il dormitorio; gli ambienti si sviluppano su quattro livelli edificativi. Visitando l’Abbazia di Morimondo ci siamo soffermati ad ammirare il bellissimo coro ligneo, eseguito nel 1522 da Francesco Giramo, artista di Abbiategrasso. Fu luogo di preghiera come evocato dai simboli rappresentati. Sebbene derivati dall'antichità classica secondo il gusto rinascimentale, essi rappresentavano valori spirituali come la generosità dei doni di Dio (il cesto di frutta) o l'azione salvifica di Cristo (i pesci). Un altro luogo imperdibile è il chiostro con la sala capitolare, che mantiene integralmente le sue caratteristiche originarie, e il refettorio con la cucina. Il piano del chiostro è il terzo sopra due livelli costituiti da ampie sale costruite con volte sostenute da un susseguirsi di colonne. All’interno del chiostro si tengono ogni anno laboratori di erboristeria e di cucina, corsi di miniatura medievale e di pittura, di affreschi e di botanica, mostre, seminari. Nel periodo di Natale vengono inoltre allestiti un vasto presepio a grandezza naturale e una mostra di presepi etnici provenienti da numerosi paesi del mondo.  


5 aprile 2015

BUONA PASQUA!

HAPPY EASTER!!!




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1 aprile 2015

Alla scoperta della Reggia di Caserta

Oggi vi portiamo alla scoperta di una meraviglia del nostro Paese: la Reggia di Caserta. La costruzione della Reggia ebbe inizio con la posa della prima pietra il 20 gennaio del 1752 e procedette sino al 1759, anno in cui Carlo di Borbone, morto il Re di Spagna, lasciò il regno di Napoli per raggiungere Madrid. Dopo la partenza di Carlo i lavori di costruzione del Palazzo nuovo, come veniva denominata all'epoca la Reggia, subirono un notevole rallentamento. Carlo Vanvitelli, e successivamente altri architetti, che si erano formati alla scuola di Luigi Vanvitelli, portarono a compimento nel secolo successivo questa grandiosa residenza reale.

La Reggia di Caserta ha una pianta rettangolare articolata su corpi di fabbrica affacciati su quattro grandi cortili interni e si estende su una superficie di circa 47.000 metri quadrati per un’altezza di 5 piani pari a 36 metri lineari. Lo scalone d’onore, invenzione dell’arte scenografica settecentesca, collega il vestibolo inferiore e quello superiore, dal quale si accede agli appartamenti reali. Le sale destinate alla famiglia reale vennero realizzate in più riprese e durante un intero secolo, secondo uno stile che rispecchia la cosiddetta “unità d’interni” caratteristica della concezione architettonica e decorativa settecentesca ed in parte secondo il gusto ottocentesco per l’arredo composito e l’oggettistica minuta.
Sul vestibolo superiore, di fronte al vano dello scalone d'onore, si apre la Cappella Palatina. Progettata dal Vanvitelli fin nelle decorazioni, è l'ambiente che più di ogni altro mostra una chiara analogia con il modello di Versailles. Il teatro di Corte, ubicato nel lato occidentale della Reggia, è un mirabile esempio di architettura teatrale settecentesca.

Nella Reggia si trova anche il bidet di Maria Carolina d’Asburgo-Lorena, il primo in uso in Italia. Nel 1861, con la nascita del Regno d’Italia, funzionari sabaudi censirono quanto contenuto nella Reggia. Il bidet fu così inventariato: “oggetto per uso sconosciuto a forma di chitarra”.

La visita alla Reggia di Caserta passa attraverso quattro percorsi a scelta:

Il Percorso A comprende la visita dell'Appartamento Storico, e, subito dopo il Presepe, si completa con la visita della Pinacoteca, che si sviluppa su due ali completamente riallestite e della Cappella Palatina.

Il Percorso B si snoda attraverso la “Quadreria. Dipinti inediti dai depositi”, allestita al piano terra del secondo cortile.

Il Percorso C prevede la possibilità di visitare, su prenotazione, la volta ellittica di copertura dello Scalone d'Onore e gli spazi dei sottotetti corrispondenti. I visitatori potranno accedere ad esso direttamente dal Vestibolo Superiore, mediante la scala posta a destra dell’ingresso all’Appartamento Storico.

Il Percorso D che presenta le Arti decorative a Palazzo è allestito nel secondo piano del Palazzo; ad esso si potrà accedere su prenotazione dopo aver effettuato il percorso C o direttamente dal Vestibolo Superiore.

 

Sono tantissimi i luoghi e gli oggetti di grande interesse che si possono scoprire visitando la Reggia. Il Museo della Reggia di Caserta è il risultato di una serie di allestimenti che iniziano nei primi decenni del Novecento, e precisamente nel 1919, quando il Reale Palazzo viene dismesso dal patrimonio della Corona di Casa Reale Savoia e diviene parte del patrimonio dello Stato d’Italia. Il Museo occupa solamente la metà del cosiddetto Piano Nobile. Tutto il piano, destinato all’alloggio della famiglia reale, era stato suddiviso dal Vanvitelli in quattro parti, da cui deriva il termine “quarto”, usato per indicare tali spazi, ulteriormente definiti in base alla destinazione d’uso. Nell’ala sud-ovest del Palazzo era previsto l’Appartamento o “quarto” del Re, nell’attuale percorso di visita indicato come Appartamento dell’Ottocento.
Il “quarto” del Principe ereditario, nell’ala sud est del Palazzo - nel percorso di visita indicato come Appartamento del Settecento- fu in realtà l’unico ad essere abitato dai reali borbonici per più di mezzo secolo, non essendo terminata la costruzione del lato occidentale del piano nobile a seguito delle vicende storiche degli anni tra la fine Settecento e gli inizi Ottocento.


Percorrendo le Anticamere degli Alabardieri e delle Guardie del Corpo, destinate a funzioni di rappresentanza, illuminate da grandi lampadari in bronzo dorato del XIX secolo e decorate dal pavimento in cotto a finto marmo, si giunge al salone di Alessandro, terza anticamera destinata ai “non Titolati”, così denominata dall'affresco della volta di Mariano Rossi, raffigurante il “Matrimonio di Alessandro il macedone e la principessa orientale Roxane”. Il Salone di Alessandro (detto anche “Sala di marmi”) funge da “trait d’union” tra gli ambienti settecenteschi e quelli ottocenteschi. Da qui sulla destra si accede all’Appartamento Nuovo, definito anche ottocentesco in riferimento al periodo storico in cui furono portati a termine i lavori di arredo e decorazione, mentre a sinistra si accede all'Appartamento Vecchio o settecentesco.
Introdotto dalle due Anticamere di Marte e di Astrea, completate durante il governo dei Napoleonidi, riccamente decorate con motivi neoclassici, l’Appartamento Nuovo prosegue con la splendida Sala del trono. Questa sala, per grandezza inferiore solo al Grande Salone da Ballo previsto da Luigi Vanvitelli nell’Appartamento della Regina, fu l’ultima ad essere completata e fu inaugurata in occasione del Congresso delle Scienze, nel 1845. Lunga più di quaranta metri ed illuminata da ben sei finestre, ha al fondo un trono portatile, in legno dorato, intagliato e tappezzato in velluto. La decorazione simboleggia il potere assoluto e il dipinto centrale della volta, del pittore napoletano Gennaro Maldarelli, raffigura “La posa della prima pietra del Palazzo il 20 gennaio 1752”. Attraverso la Sala del Consiglio si entra nell’Appartamento destinato al Re. L’itinerario di visita prosegue con la mostra “Cose mai viste” situata nelle cosiddette Retrostanze. In questi ambienti, è esposta una selezione di manufatti d’eccellenza delle Collezioni borboniche: due pregiatissimi organi meccanici a cilindro, del maestro Anton Bayer, le preziose culle dei Principi Savoia ed i modelli lignei delle giostre che Alfonso di Borbone commissionò per il parco annesso alla“ Favorita”, residenza prediletta da Maria Carolina d’Asburgo, moglie di Ferdinando IV di Borbone.
Gli altri ambienti dell'Appartamento Ottocento sono caratterizzati da un arredo in stile neoclassico, declinato in tutte le sue forme, da quelle solide e solenni degli arredi in stile impero della camera da letto di Francesco II con il monumentale letto a baldacchino, a quelle eleganti e composte della toilette in marmo di Carrara nel bagno del sovrano, databile al 1829 . Completano l'appartamento le sale murattiane, con arredi in stile impero provenienti dalla reggia di Portici e la cappella di Pio IX.

L’ala settecentesca del Palazzo, vissuta dalla corte borbonica a partire da Ferdinando IV di Borbone, accoglie invece l’Appartamento Vecchio: ambienti di raffinato gusto Rococò, arricchiti da sontuosi parati di seta di San Leucio, lampadari policromi delle vetrerie di Murano e dipinti dei più rinomati artisti del Settecento. Il percorso di visita ha inizio con le sale note come stanze delle Stagioni, per la presenza di affreschi sulle volte raffiguranti le quattro stagioni, eseguiti da Fedele Fischetti e Antonio de Dominicis. Destano notevole interesse le sale dell'appartamento della regina Maria Carolina, decorate secondo il gusto rocaille, ben differenti dal rigore degli arredi delle stanze del re. Meravigliose sono le tre sale della Biblioteca Palatina, che denotano un gusto neoclassico nelle alte librerie a boiseries o nelle decorazioni alla pompeiana dei vasi Giustiniani, esposti sugli scaffali. Dalla Terza Sala della Biblioteca si accede alla Sala Ellittica destinata originariamente a teatrino domestico. Attualmente ospita il Presepe borbonico.
La visita prosegue negli ambienti della Pinacoteca, riallestiti per dare rilevanza alle opere pittoriche che documentano gli indirizzi culturali e le scelte artistiche della committenza borbonica e, prima ancora, Farnese. La ritrattistica reale si affianca così alla pittura di genere con scene di vita di Corte e scene popolari e ad allegorie che celebrano le virtù dei sovrani. Nell’ala della Pinacoteca destinata alla pittura di paesaggio sono esposte le “Vedute dei porti del Regno” di Jacob Philipp Hackert, unitamente ad altri dipinti di autori del Settecento e dell’Ottocento tra cui Antonio Joli ed i Fergola. Nell'ala nord è allestita la ritrattistica reale, a partire dai Fasti Farnesiani.

Il Percorso B parte invece dalla visita della Quadreria, aperta al pubblico per la prima volta nel marzo 2011, che rappresenta il prolungamento naturale della Pinacoteca reale in spazi di pregio architettonico, collocati nel secondo cortile della Reggia al pianterreno e restaurati negli ultimi anni.
L’esposizione accoglie dipinti dal XVI al XIX secolo, commissionati dai sovrani o pervenuti dal territorio, selezionati e raggruppati per soggetto: I Sala Soggetti orientali del pittore Michele Scaroina; II – III Sala Episodi di storia della letteratura e della storiografia artistica; IV Sala Nature morte; V Sala Paesaggi e Battaglie; VII Sala Santi: la passione ed il martirio; VII- VIII Sala Ritrattistica del Settecento e dell’Ottocento; IX Sala Vedute del Settecento e dell’Ottocento.

Il percorso C consente di apprezzare le scelte costruttive adottate dal Vanvitelli per la realizzazione dello Scalone d’onore, elemento tra i più scenografici dell’intera costruzione.
La visita, solo su prenotazione, è articolata in più tappe disposte lungo un preciso percorso che ha origine e fine coincidente con lo Scalone. Il pubblico può accedere dal vestibolo superiore al livello delle coperture, con arrivo al piano di calpestio della volta con foro ellittico; dalla saletta antistante si può osservare l'ambiente della controvolta godendo di una visione ravvicinata dell’affresco di Girolamo Starace, raffigurante la Reggia di Apollo e della volta ad incannucciata. Al livello del sottotetto, dove sono visibili le magnifiche capriate che sostengono le coperture, è posizionato un piccolo spazio per la divulgazione di materiale didattico.

Il percorso D conduce in otto sale del Palazzo dove si trova un’esposizione di manufatti storico artistici di varia natura selezionati dai depositi dei beni di pertinenza della Reggia. Preziosi tendaggi di mussola ricamata, pannelli figurati realizzati su raso con fili di seta e fondi dipinti a pastello, ed ancora arredi neoclassici ispirati a modelli emersi dagli scavi di Ercolano e Pompei, lumi di porcellana e servizi da tavola con motivi decorativi “all’orientale”, si dispiegano lungo un percorso ispirato all’idea di una Wunderkammer, camera della meraviglia.

Dopo aver scelto il percorso A ed aver ammirato le bellezze della Reggia, andiamo a vedere il famoso Parco Reale, che si ispira ai giardini delle grandi residenze europee del tempo, fondendo la tradizione italiana del giardino rinascimentale con le soluzioni introdotte da André Le Nôtre a Versailles. I lavori iniziarono nel 1753, contemporaneamente a quelli per la costruzione dell'Acquedotto Carolino, le cui acque, dalle falde del Monte Taburno avrebbero alimentato le fontane dei giardini reali.
Il giardino formale, così come oggi si vede, è solo in parte la realizzazione di quello che Luigi Vanvitelli aveva ideato: alla sua morte, infatti, nel 1773, l'acquedotto era stato terminato ma nessuna fontana era stata ancora realizzata. I lavori furono completati dal figlio Carlo (1740-1821), il quale, pur semplificando il progetto paterno, ne fu fedele realizzatore, conservando il ritmo compositivo dell'alternarsi di fontane, bacini d'acqua, prati e cascatelle.
I giardini si presentano divisi in due parti: la prima è costituita da vasti parterre, separati da un viale centrale che conduce fino alla Fontana Margherita, fiancheggiata da boschetti di lecci e carpini, disposti simmetricamente a formare una scena “teatrale” verde semicircolare.
A sinistra del palazzo, nel cosiddetto "Bosco vecchio" , il cui nome ricorda l’esistenza di un precedente giardino rinascimentale, sorge la Castelluccia, una costruzione che simula un castello in miniatura, presso il quale il giovane Ferdinando IV si esercitava in finte battaglie terrestri. Nella Peschiera Grande, un lago artificiale di forma ellittica con un isolotto al centro, venivano, invece, combattute le battaglie navali con una flottiglia costruita proprio per questo scopo.
La seconda parte del parco, realizzata interamente da Carlo Vanvitelli, inizia dalla fontana Margherita, dalla quale si dispiega la celebre via d'acqua, dove da sud verso nord si incontrano la fontana dei delfini, così chiamata perché l'acqua fuoriesce dalle bocche di tre grossi mostri marini scolpiti in pietra e la Fontana di Eolo, costituita da un'ampia esedra nella quale si aprono numerose caverne che simulano la dimora dei venti, rappresentati da statue di "zefiri". L'asse principale è strutturato su sette vasche digradanti che formano altrettante cascate concluse dalla fontana di Cerere che rappresenta la fecondità della Sicilia, con le statue della dea e i due fiumi dell'isola. L'ultima fontana è quella in cui è rappresentata la vicenda di Venere e Adone.
Infine, nel bacino, denominato Bagno di Diana, sottostante la cascata del monte Briano, due importanti gruppi marmorei raffigurano Atteone nel momento in cui, tramutato in cervo, sta per essere sbranato dai suoi stessi cani, e Diana, attorniata dalle ninfe, mentre esce dall’acqua. Una grotta artificiale, costruita con grossi blocchi di tufo, il cosiddetto Torrione, si erge sulla sommità della cascata, da cui si può godere la vista di un paesaggio davvero unico.

A lato della fontana di Diana, a partire dal 1785, per volere di Maria Carolina, moglie di Ferdinando IV, Carlo Vanvitelli ed il giardiniere inglese John Andrew Graefer realizzarono il primo giardino di paesaggio italiano, con colline, radure, laghetti e canali alimentati dalle acque del Carolino ed arricchiti da nuove piante provenienti da ogni parte del mondo allora conosciuto. Seguendo la moda che dall’Inghilterra si andava diffondendo in tutta Europa, furono edificate numerose fabriques utili alla sosta e allo svago dei reali ma anche aranciere e serre destinate al ricovero degli esemplari botanici ed allo studio e riproduzione delle piante.
L’ambiente più suggestivo e ricco di scorci pittoreschi è il Bagno di Venere, così denominato per la presenza di una statua in marmo di Carrara, opera di Tommaso Solari, che ritrae la dea nell’atto di uscire dall’acqua di un piccolo lago, contornato da un bosco di allori, lecci ed esemplari monumentali di Taxus baccata. All’interno di un manto roccioso, dove sorgeva un'antica cava di pozzolana, tra la fitta vegetazione, si nasconde il Criptoportico, una grotta semicircolare dalla volta rivestita da lacunari e arricchita da colonne, pilastri e statue classiche provenienti in parte dalla collezione Farnese, che suggeriscono le rovine di un porticato di un antico tempio. Suggestivi sono anche i finti ruderi di un
Tempietto dorico e il Tempio Circolare, opera di Carlo Vanvitelli. Vi è poi la Palazzina Inglese, edificata tra il 1790 e il 1794 e destinata ad abitazione del giardiniere Graefer e l'Aperia, utilizzata originariamente dal Vanvitelli come serbatoio d'acqua e più tardi per l'allevamento delle api; nel 1826 fu trasformata in serra, recentemente è stata adibita a teatro all'aperto.
Nato come passeggiata tra le rarità botaniche il giardino “all’Inglese” divenne un vero e proprio orto botanico dove erano visibili esemplari eccezionali di Cinnamomum camphora, Taxus baccata, Cedrus libani e quella che si tramanda sia la prima pianta di camelia Camellia japonica arrivata in Europa e destinata al giardino per volontà di Maria Carolina.
Durante il XIX secolo sotto la guida degli insigni botanici Gussone e Terracciano, che potenziarono l'attività studio e riproduzione degli esemplari botanici, il giardino fu denominato Real Orto Botanico di Caserta.
All’altezza del borgo di Puccianiello, l’acquedotto Carolino s’introduce all’interno del Bosco di S. Silvestro, tenuta di cento ettari, ampliata e risistemata per renderla idonea alla caccia, alla coltivazione di vigne ed olivi, all’allevamento di ovini ed alla produzione di formaggi pregiati.
Nella località denominata Parito, tra il 1797 ed il 1801, fu costruito un casinò per offrire ristoro al re ed al suo seguito durante le battute di caccia. L’edificio, realizzato sotto la direzione di Francesco Collecini, architetto del Belvedere di San Leucio, si sviluppa secondo una planimetria a corte aperta verso valle. Su un’area di circa otto ettari antistante l’edificio era impiantata una grande vigna di forma rettangolare denominata di San Silvestro.
Attualmente il bosco di San Silvestro è in consegna alla Soprintendenza BAPSAE di Caserta e Benevento e dal febbraio del 1993, divenuto un' oasi del WWF è gestito dalla sezione di Caserta del WWF, tramite apposita convenzione. Per informazioni e prenotazioni di visite guidate si può consultare il sito www.wwfcaserta.org/sansilvestro_indice. o contattare il Centro visite al seguente numero 0823-361300

L’acquedotto, denominato Carolino in onore del re, grandiosa opera di ingegneria idraulica, costituisce sicuramente una delle più importanti opere pubbliche realizzate dai Borbone.
Originato dalla esigenza di approvvigionare la grande città che sarebbe sorta intorno alla reggia e al fine di potenziare l’alimentazione idrica della città di Napoli esso doveva servire anche al rifornimento idrico delle reali delizie ed all’alimentazione delle fontane e dei giochi d’acqua in esse presenti.
La Reggia di Caserta ha fatto da scenario ad alcuni importanti film italiani ed internazionali. Il regista cinematografico George Lucas ha girato diverse scene dei film La minaccia fantasma e L’attacco dei cloni, ovvero il primo e il secondo episodio della serie Star Wars, sono state girate alcune scene dei film Donne e briganti, Ferdinando I, re di Napoli, il Pap’occhio, Sing Sing, Li chiamarono…briganti!, Ferdinando e Carolina, Mission Impossible 3 e Io speriamo che me la cavo, nonchè della seconda serie televisiva di Elisa di Rivombrosa, ma anche la pellicola I tre aquilotti del 1842, per la regia di Mario Mattoli, che vede un giovanissimo Alberto Sordi impersonare la parte di un allievo ufficiale dell'Accademia della Regia Aeronautica, all'epoca dislocata presso la Reggia di Caserta.

Gli interni del palazzo sono anche presenti nelle fiction Rai Giovanni Paolo II, dove ricreano gli interni dei Palazzi Vaticani, e Luisa Sanfelice.

Dal 17 al 20 giugno 2008 la Reggia è stata utilizzata per alcune riprese della troupe cinematografica del film Angeli e Demoni, ispirato all'omonimo romanzo di Dan Brown, autore anche del best seller Il Codice Da Vinci.

 


26 gennaio 2015

GIORNATA DELLA MEMORIA: PER NON DIMENTICARE: VISITA AL CAMPO DI CONCENTRAMENTO DI DACHAU

27-01-2015: Giornata della Memoria a ricordo delle vittime della Shoah            

Quando sono stata a Monaco di Baviera, ho deciso di andare a visitare il campo di concentramento di Dachau, paese situato a circa 15 km a nord-ovest della città bavarese, che vanta una storia millenaria strettamente legata ai conti di Dachau e dalla metà del 1500 ai Wittelsbach che trasformarono l'antico castello dei conti in una residenza estiva che dalla collina domina l'abitato.

Arrivati al campo di concentramento, siamo scesi dal bus e ci siamo incamminati lungo un sentiero, costeggiato da un fiume dalle acque scure, finchè siamo giunti al cancello di ingresso. Fin da subito ci ha avvolto una sensazione di tristezza e angoscia, pensando a quanto realmente accaduto in questo luogo, alle migliaia di vite spezzate, alle persecuzioni contro gli ebrei, a causa della follia umana, capace di distruggere tutto, senza aver rispetto della dignità dei propri simili. Una tragedia immane che non dovrà mai più ripetersi.  Il 21 marzo del 1933 inizia per la città il periodo più buio e drammatico di tutta la sua lunga esistenza: nel "Münchner Neuesten Nachrichten" apparve questa notizia firmata da Heinrich Himmler, Presidente della Polizia della città di Monaco: “Mercoledì 22 marzo 1933 verrà aperto nelle vicinanze di Dachau il primo campo di concentramento. Abbiamo preso questa decisione senza badare a considerazioni meschine, ma nella certezza di agire per la tranquillità del popolo e secondo il suo desiderio”. La prima costruzione del campo era una fabbrica di munizioni, costruita durante la prima guerra mondiale e ampliata nel '37-'38, periodo in cui furono costruite le nuove baracche, l'economato e i vecchi capannoni per le munizioni vennero trasformati in officine. Il campo di concentramento formava un rettangolo di circa 300 metri di larghezza e 600 metri di lunghezza. Ad ovest era situato il campo d'istruzione delle SS dal quale partiva una larga strada asfaltata al termine della quale era situato il "Jourhaus", l'edificio di guardia del comandante del campo. Il cancello, caratterizzato da una pesante inferriata, portava la scritta: "Arbeit macht frei" (il lavoro rende liberi).

Nel campo c'erano poi il "bunker" (la prigione dove i prigionieri dovevano stare fermi in piedi per molte ore anche solo per una minima colpa), il piazzale dell'appello dove ogni giorno, alla mattina e alla sera, si svolgeva l'appello generale dei detenuti, la cantina-bar dove si potevano comprare sigarette e ogni tanto anche marmellata di rape, pasta di avena e cetrioli. Nel "museo" venivano invece conservate figure in gesso dei prigionieri caratterizzati da particolari menomazioni fisiche o addirittura venivano mostrati e anche percossi pubblicamente alcuni detenuti importanti come il vescovo Kozal, politici, artisti e membri della nobiltà, tra i quali i duchi di Hohenberg e i figli dell'Arciduca Francesco Ferdinando, l'erede al trono austriaco assassinato a Sarajevo nel 1914.

 

 

 

 

 

 

 

Le baracche erano divise in categorie: quelle destinate ai prigionieri lavoratori, le baracche destinate ai malati messi in quarantena in quanto invalidi, malati di scabbia e di tifo. La baracca n° 15 era detta "della compagnia di punizione" perchè destinata ai prigionieri, in particolare ebrei, a cui erano riservate le punizioni più severe.

Inizialmente il campo di Dachau era stato progettato per ospitare circa 5.000 detenuti ma a partire dal 1942 il numero non scese mai al di sotto di 12.000: il grande aumento avvenne quando, nel 1938, iniziarono ad arrivare i primi ebrei tedeschi che si aggiunsero ai comunisti e ai dirigenti socialisti presenti fin dal 1933.

I primi ebrei che arrivarono nel campo ebbero la possibilità, dopo una breve permanenza, di emigrare in altri paesi soprattutto se consegnavano tutti i loro beni ai nazisti. Dopo l'annessione dell'Austria e la conquista della Cecoslovacchia la situazione peggiorò: nel 1940 iniziarono ad arrivare gli ebrei residenti in questi due paesi e anche un grande numero di ebrei polacchi, che costituirono la maggioranza dei prigionieri.

Proseguendo nella visita del campo siamo arrivati ai luoghi della morte, il forno crematorio e la camera a gas. Il forno crematorio del campo venne costruito da alcuni detenuti al qualche avevano insegnato il mestiere di muratore. Collegata con il forno crematorio, c’era una camera a gas, che non ha mai funzionato. Al forno crematorio venivano portati i prigionieri morti per essere bruciati; nonostante questo 3.166 detenuti di Dachau morirono asfissiati dal gas a Hartheim, presso Linz in Austria, dove vennero portati in speciali convogli tra il 1942 e il 1944.

Il totale dei detenuti passati a Dachau è di 206.206 anche se la cifra non è del tutto certa. Il numero dei morti è di 30.000 circa: 27.500 durante la prigionia e 2.000 dopo la liberazione.

Pochi giorni prima della liberazione, avvenuta il 29 aprile 1945, il numero di detenuti era di 67.665, di cui 3.388 erano italiani.


25 gennaio 2015

Monaco, la splendida città della Baviera, sede dell'Oktoberfest

Monaco di Baviera è una città vitale, ricca di storia e bellezze architettoniche, ma anche sede della più famosa festa della birra di tutto il mondo, l'"Oktoberfest". Il nostro viaggio nella splendida città bavarese è iniziato dal centro storico, esempio di come il passato ed il presente di Monaco si fondano in un armonioso contesto. Le strade della città hanno visto il passaggio di importanti personaggi della storia come il grande compositore Wolfgang Amadeus Mozart, che a Monaco cercò un lavoro presso la corte della famiglia Wittelsbach, che ha governato la città Bavarese per circa 800 anni, e Papa Benedetto XVI che di Monaco di Baviera è stato Arcivescovo.

 

L'Alte e il Neues Rathaus (vecchio e nuovo municipio), il primo costruito intorno al '400, il secondo risalente all'inizio del '900, si trovano ai lati di Marienplatz, la piazza dedicata alla Madonna, la cui statua si erge sulla colonna che si trova al suo centro. Sulla bellissima facciata gotica del Neues Rathaus si trova il Glockenspiel, l'orologio-carillon, abbellito da statue animate. Alle 11 e alle 12 in punto (in estate anche alle 17), le campane del Glockenspiel suonano e i personaggi che si trovano sulla facciata iniziano a muoversi, incantando i turisti. I movimenti delle statuette richiamano il tradizionale ballo messo in scena dai mercanti di cavalli per scongiurare la peste. L'Altes Rathaus è stato quasi interamente ricostruito dopo la guerra, cercando di mantenere lo stile originale. All'interno è conservata una collezione di antichi giocattoli e dalla cima dell’edificio, raggiungibile salendo 306 gradini, si ha una magnifica panoramica di Monaco dall’alto. La piazza è dominata dal campanile di Alter Peter, meglio nota come la Peterskirche (Chiesa di San Pietro), la Chiesa più antica di tutta Monaco di Baviera.

La Cattedrale di Nostra Signora (Dom zu Unserer Lieben Frau) è l'imponente costruzione che domina la città di Monaco. Costruita tra il 1468 e il 1488 in puro stile gotico, la Cattedrale fu realizzata sui resti di una antica basilica romanica. La facciata in mattoni, accompagnata dalle due colonne alte 99 metri, dona alla Cattedrale di Nostra Signora di Monaco di Baviera un aspetto cupo e severo. Le cupole in ottone montate sulla sommità delle due torri hanno una forma molto particolare, a cipolla. I bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale danneggiarono seriamente la Frauenkirche che, con i lavori di restauro terminati nel 1994, ha riacquistato l'antico aspetto della Cattedrale di Nostra Signora. Nella pavimentazione della Chiesa c'è una mattonella sulla quale è impressa l'impronta di un piede, denominata "L'impronta del Diavolo". Si racconta che i costruttori della Chiesa sfidarono Satana, affermando che avrebbero realizzato una Cattedrale senza finestre. Puntando lo sguardo verso l'altare dal punto in cui si trova l'orma, le finestre sono coperte dalle colonne: grazie a questo stratagemma, i costruttori riuscirono a vincere la scommessa con il Diavolo, che si accorse di esser stato preso in giro soltanto dopo la consacrazione della Cattedrale. La strada che collega Marienplatz alla seconda piazza di Monaco di Baviera, la Stachus, si chiama Kaufingerstrasse e qui si trovano centri commerciali e negozi vari, ideali per lo shopping. Dopo un giro al caratteristico Christkindlmarkt, il tradizionale mercatino di Natale, situato nei pressi del grande albero di Natale di Marienplatz, che si svolge dalla fine di novembre fino al 24 dicembre, costituito da bellissime casette in legno in cui si vendono antichi prodotti artigianali, realizzati secondo la tradizione, tra canti natalizi, allegria e vin brulè, proseguiamo la nostra visita della città. A pochi passi dalla Frauenkirche si trova la chiesa di St. Michael, costruita a partire dal 1583 per i Gesuiti con il finanziamento del Duca Wilhelm V. L'interno a navata unica ha una volta a botte ampia oltre 20 metri, la più grande al mondo dopo San Pietro a Roma, ed è stato realizzato da vari architetti, tra i quali l'olandese Friedrich Sustris, allievo di Giorgio Vasari, prendendo a modello la Chiesa del Gesù di Roma, chiesa madre dell'Ordine.

A sinistra dell'altare maggiore si trovano il pulpito, reso celebre dalle prediche del Beato Rupert Mayer contro il nazismo, e il monumento funebre di Eugenio di Beauharnais, vicerè d'Italia (1805) e figliastro di Napoleone, il quale lo diede in sposo ad Augusta Amalia, figlia del primo re di Baviera Max Joseph. A destra si trova invece l'accesso alla cripta reale dove è sepolto Ludwig II, il re delle favole.

Il Castello di Nymphenburg è stato costruito nel XVII secolo ed è stato la residenza della famiglia reale Wittelsbach. Il suo parco, in stile Versailles, presenta giardini, canali, specchi d’acqua e viali alberati. La facciata del palazzo, in stile barocco, è una delle più eleganti della Germania. Sparsi nel parco si trovano quattro padiglioni: la Magdalenenklause, un finto eremo del XVIII secolo, l’Amalienburg, un lussuoso padiglione di caccia in stile rococò, il padiglione da bagno, con saloni e piscina, e infine, il padiglione Pagodenburg, dall’orientale decorazione interna. Nel Castello di Nymphenburg si trova il Marstallmuseum, il museo delle carrozza, che custodisce tutte le carrozze da cerimonia della famiglia reale, come il calesse di re Luigi I, interamente coperto d’oro. A Monaco si trovano inoltre alcuni interessanti musei come il Museo della Bmw, dedicato alla famosa automobile, e il Deutsches Museum, il più grande museo dedicato alla scienza e alla tecnologia mai realizzato al mondo, con circa 28000 oggetti esposti, dalla prima automobile a motore di Benz al primo motore diesel. Meritano una visita anche lAllianz Arena, lo stadio di calcio del Bayern di Monaco e del TSV 1860 Monaco che ha una capacità di 69.901 posti a sedere e si sviluppa su tre anelli e ha ospitato anche alcune gare del Mondiale di Germania 2006, e l’Englischer Garten, il giardino inglese di Monaco, uno dei parchi più grandi del mondo, che fu realizzato nel 1789 come giardino destinato ai militari, e che fu poi aperto anche ai civili ai primi dell'Ottocento. Una delle particolarità del parco è che al suo interno c’è un'area riservata ai nudisti. Vi sono inoltre delle costruzioni particolari, come la struttura giapponese che si trova all'ingresso, denominata "Japanische Teehaus", offerta dal governo di Tokyo alla città di Monaco per le Olimpiadi del 1972, oppure il tempio in stile greco e la "Chinesischer Turm" che ospita il ristorante Monopteros.

Indubbiamente Monaco è famosa nel mondo soprattutto per l’Oktoberfest. Si narra che per festeggiare il matrimonio del principe Ludwig I di Baviera fu organizzata una grande festa che durò dal 12 al 17 ottobre del 1810. Le attrazioni principali dei giorni di festeggiamento furono la corsa dei cavalli e la celeberrima birra bavarese. Il successo della festa fu tale che si decise di ripeterla ogni anno: nacque così l'Oktoberfest, la manifestazione che richiama circa sei milioni di visitatori all'anno sotto gli immensi tendoni allestiti nell'area del Theresienwiese, dove vengono serviti litri e litri delle più famose marche di birra bavarese. La formula attuale dell'Oktoberfest prevede che i festeggiamenti si svolgano nell'arco di sedici giorni, concludendosi con la prima domenica di ottobre, ad eccezione di quando questa cade l'uno o il due di ottobre. In questo caso l'Oktoberfest si allunga per concludersi il 3 ottobre, giorno in cui si festeggia la riunificazione della Germania. Il rituale di apertura della cerimonia vede il sindaco di Monaco di Baviera inserire il rubinetto nella botte scelta per l'inaugurazione. Una volta spillata la prima birra, il sindaco apre le danze al tradizionale urlo di "O'Zapft is!", frase tipica del dialetto bavarese che significa "sotto con il boccale!". Tra i cibi tradizionali di Monaco troviamo i panini con wurstel e crauti, i Weißwurst, le salsicce bianche di vitello, spesso accompagnate da patate intere arrostite in forno, crauti, e senape, il pane Bretzel e come dolce l’Apfelstrudel, lo strudel di mele, che viene servito con gelato o crema.  


18 gennaio 2015

Viaggio sul Bernina Express tra neve, ghiacciai e posti incantati

           

Ho sempre desiderato salire a bordo del mitico Trenino Rosso del Bernina e ammirare dal finestrino gli incantevoli paesaggi montani, tra Svizzera e Italia. Alla prima occasione, ho deciso di acquistare un tour e di provare questa indimenticabile esperienza. Abbiamo raggiunto in pullman Saint Moritz, la città dal "clima champagne"che accoglie i visitatori con il sole e il vento frizzante proveniente da Maloja. Si dice ci siano all'anno ben 322 giorni di soleche, per questo, è diventato il logo ufficiale del comprensorio turistico "Engadin / St. Moritz".

Grazie alla lingua romancia, alla vicinanza con l'Italia e al fatto che la maggior parte della popolazione locale è di lingua tedesca, a St. Moritz si incontrano tre culture. Originariamente, il luogo deve la sua importanza alle sorgenti termaliconosciute da oltre 3.000 anni. Oltre alla sua bellissima posizione al di sopra e accanto al lago, St. Moritz offre un mix di natura, cultura, sport, attività e tranquillità. St. Moritz è stato luogo di nascita del turismo alpino invernale (1864) e degli sport alpini (1884), nonché teatro di due edizioni dei Giochi Olimpici Invernali (1928 e 1948) come pure di molti campionati del mondo di sci e bob.

Visitiamo il St.Moritz Dorf, il centro della città, dove si trovano il Museo di Segantini, il Museo Engadinese, la Chiesa Evangelica, la torre pendente di San Maurizio, poi prendiamo una cioccolata alla pasticceria Hanselmann (Saint Moritz è famosa anche per il buonissimo cioccolato svizzero e per la torta engadinese con ripieno di noci) e passeggiamo a Saint Moritz Bad, lungo il lago omonimo, immersi tra neve e natura.

Arriviamo quindi alla stazione e finalmente saliamo a bordo del Trenino Rosso.

Il primo paese che incontriamo è Pontresina, la cui fama si deve a Clara Chris, giovane ed intraprendente imprenditrice che iniziò quasi per gioco ad affittare le stanze in esubero della propria dimora. In realtà lo scopo non era tanto lavorativo quanto invece dettato dal desiderio di accasarsi e trovar marito. Ebbe fortuna e lanciò il turismo ai piedi dei famosi ghiacciai, meta degli alpinisti provenienti da tutta Europa.

Davanti ai nostri occhi si apre lo spettacolo dell'incontaminata Val Rosegg, la terra delle cince, ammirabile dall'alto delle carrozze trainate dai cavalli o apprezzabile durante una bella passeggiata oppure una ciaspolata invernale. A Pontresina si trova anche il parco avventura nel bosco, dove i turisti, imbragati e protetti dai caschetti, possono volare aggrappati ad una liana da albero ad albero.

Si passa poi per Morteratsch, la lingua del ghiacciaio Bernina. La leggenda ricorda un amore sfortunato tra la dolce Teresa e il pastorello Eratsch, in effetti il ghiacciaio porta con sé una sorta di malinconia, ma anche di pace e tranquillità. Tappa successiva è il Bernina Diavolezza.

La funivia che fa da sfondo alla fermata è aperta tutto l'anno, d'inverno per gli sciatori, d'estate per gli amanti dal trekking. Dopo la risalita di circa 800 mt di dislivello con la funivia ci si gode un panorama mozzafiato sulla catena del Bernina o ci si rilassa nella vasca idromassaggio esterna posta a circa 3000 mt di altezza: la più alta d'Europa.

Superato il Lago Bianco e il Lago Nero, il treno giunge con una fermata a richiesta alla sosta di Bernina Lagalb, stazione sciistica e ferroviaria ideale per gli amanti dello sci. Ed eccoci finalmente all’Ospizio Bernina, il punto più alto della linea del Bernina, 2253 m slm. Davanti ai finestrini appare il famoso Lago Bianco, una diga ad alta quota che riposa ai piedi del ghiacciaio Piz Cambrena da cui riceve acqua pura e chiara che gli dona un colore unico, da contrapporre al Lago Nerodi origine naturale da qui poco distante.

Tra i due laghi la stazione Ospizio Bernina, leggermente più bassa del Passo stradale (2330m), ci ricorda attraverso alcune fotografie d’epoca, la storia degli albori di questa linea.

Lasciata alle spalle la piana di Cavaglia il trenino s’inerpica sul monte compiendo altri 300 m di dislivello e regalando ai viaggiatori, tra una galleria e l’altra, l’immagine incantevole del laghetto Palù, con l’acqua color verde che crea magici contrasti con la neve bianca.

Si giunge quindi alla stazione di Alp Grum, una sosta indicata per gli amanti dell’escursionismo o delle fotografie. Una scritta giapponese è collocata all’angolo dell’edificio della stazione:
Svizzera/Giappone. Linea ferroviaria Tirano/St Moriz – ferrovia Hakone /Tozan. Il ricordo di un gemellaggio tra due mondi iniziato negli anni venti con un viaggio in avanscoperta di attenti giapponesi e ufficializzato negli anni '70.

Lasciato alle spalle Poschiavo, il trenino rosso s’inerpica sul versante della montagna e inizia il suo viaggio tra ponti e gallerie, intraprendendo un “andamento a chiocciola”. Al buio dei tunnel il treno compie un giro di 180° e, senza accorgersene, all’uscita ecco che il panorama che prima ci abbracciava sulla destra ora è alla nostra sinistra. Via via si incontrano piccole e folkloristiche stazioni, Cadera, Stablini, lungo l’antico sentiero del vino, dove nel passato carovane di cavalli e buoi si davano il cambio per trasportare nelle some l’oro di un tempo: il vino eroico di Valtellina, da vendere oltre confine o donare a personaggi illustri. A Cavaglia, nome che ricorda il torrente Cavagliasco che scorre lungo la piana prima di gettarsi nel fiume Poschiavino a fondovalle, inizia una piacevole escursione, indicata da maggio ad ottobre, alle porte del “giardino dei ghiacciai”dove curiose scale conducono il nostro sguardo sul promontorio di Puntalta. È lo spettacolo delle famose “marmitte dei giganti”. 28 piccole e grandi buche nel terreno, gioielli naturalistici, frutto delle glaciazioni susseguitesi nei millenni dopo lo scioglimento del ghiaccio che ha lasciato come unico ricordo odierno lo spettacolo del Piz Palù. Tra una marmitta e l’altra è possibile incontrare la tipica e protetta flora del luogo: il biotopo. Capoluogo della Valposchiavo l’omonimo borgo propone ai turisti interessati ad una sosta culturale numerosi musei di grande interesse: il museo poschiavino, ospitato presso Palazzo De Bassus-Mengotti, offre un salto nella storia della vita contadina di un passato nemmeno così lontano. Il viaggio continua a Casa Tomédove si apre di tanto in tanto una piacevole parentesi culinaria in quanto sede di attività legate alla cucina tradizionale. Casa Console è la sede di una pregiata collezione di dipinti romantici tedeschi e svizzeri, un palazzo di pregevole bellezza che si somma al quartiere spagnolo, ormai simbolo della cittadina, un’imponente schiera di edifici signorili sorti nella seconda metà dell’Ottocento per volontà dei pasticceri emigranti.

Il trenoriparte e dopo avere costeggiato nei primi chilometri la strada cantonale 29 si addentra nella splendida Val di Pila. Superata “Miralago”, il treno si rispecchia nelle acque del lago di Poschiavo, di origine antica, attorno al quale è possibile passeggiare e godersi la brezza del tipico venticello di 1000 m. All'inizio del lago è situata la chiesetta medievale di San Remigio, posta a 1700 m di altezza e visibile guardando in alto sullo sperone della montagna. Si giunge quindi davanti all’hotel Le Prese, alloggio prediletto del filosofo Friedrich Nietzsche.

Arrivati a Brusio, luogo simbolo del centenario del trenino rosso del Bernina, il treno inizia la sua “corsa” verso il cielo, passa sotto la quarta campata del viadotto elicoidalee poi sale di 30 metri di dislivello con la sola forza dell’energia idroelettrica che dagli albori ad oggi lo conduce lungo il tragitto. Lo sguardo viene quindi catturato dai crotti, tipiche cantine da poco diventati l’immagine di un nuovo francobollo svizzero. Qui si trova Casa Besta, che conserva il museo del contrabbando, storia di spalloni, finanzieri e bricolle, una vicenda tutta da scoprire.

La bandiera svizzera sventola sul tetto della dogana di Campocologno e dà il benvenuto nel Canton Grigione. Quindi si arriva al capolinea, in Italia, a Tirano, la “Città del vino”, ma anche la “Città Slow” con la sua filosofia del viver lento. Scendiamo dal Bernina Express, con ancora negli occhi le immagini meravigliose della natura, del ghiacciaio, dei camosci che saltavano sulle rocce tra la neve e dei magnifici posti attraversati e ci dirigiamo verso il centro di Tirano. Passeggiare lungo le vie di questa città significa respirare la storia. La Madonna di Tirano accompagna il turista lungo un viale alberato che porta verso il centro storico della città. La piazza di Madonna di Tirano ospita l'omonimo Santuario, di grande eleganza rinascimentale, eretto nel '500 dopo l'apparizione della Vergine a Mario Omodei. Una piazza con una storia centenaria, dove ancora rimane l'antico ospizio San Michele a ricordo delle grandi fiere internazionali che presero vita nel '500. Tirano è ricordata come antica via di transito anche dalla presenza di tre Porte volute da Ludovico il Moro a difesa dell'abitato: Milanese, Poschiavina e Bormina, all'interno delle quali ancora si assapora l'arte del centro storico, contraddistinto da palazzi importanti quali Salis, Merizzi, Quadrio, Visconti Venosta, Lambertenghi, tutti nei pressi della Parrocchiale di San Martino. La vicinanza a località suggestive quali la storica Roncaiola,Trivignoe Baruffinirendono possibili indimenticabili escursioni a piedi o in mountain bike. La gastronomia locale offre piatti prelibati quali ad esempio i pizzoccheri e la polenta.


7 gennaio 2015

Mont-Saint Michel, il favoloso paese delle maree

           

Questo viaggio ha per protagonista un paese incantevole, che sembra essere uscito da una favola: Mont-Saint Michel. L’abbazia di Mont St-Michel è forse l’emblema della Francia del nord, con il suo profilo inconfondibile che si staglia sulla bianca distesa di sabbia provocata dalla marea.

Si ritiene che la storia di Mont-Saint-Michel sia iniziata nel 708, quando Aubert, vescovo di Avranches, fece innalzare sul Mont-Tombe un santuario in onore dell’Arcangelo Michele. Il monte divenne rapidamente una delle maggiori mete di pellegrinaggio. Il X secolo vide i benedettini insediarsi nell’abbazia, mentre, più in basso, si espandeva un piccolo centro abitato che, nel XIV secolo, giunse a lambire i piedi della rocca. Nel XIII secolo una donazione del re di Francia Filippo Augusto, che aveva conquistato la Normandia, permise la costruzione del complesso gotico della Meraviglia, due edifici a tre piani, sormontati dal chiostro e dal refettorio.

 

Roccaforte inespugnabile durante la guerra dei Cent’Anni, Mont-Saint-Michel è anche un pregevole esempio di architettura militare. I bastioni e le fortificazioni del borgo resistettero a tutti gli assalti inglesi e fecero di Mont-Saint-Michel un luogo simbolico dell’identità nazionale. Dopo lo scioglimento della comunità religiosa durante la Rivoluzione, l’abbazia funse da luogo di detenzione fino al 1863. Divenuto monumento storico nel 1874, il complesso fu oggetto di numerose opere di restauro protrattesi fino ai giorni nostri. Grazie a tali opere, i visitatori possono oggi riscoprire lo splendore dell’abbazia che gli uomini del Medioevo consideravano la Gerusalemme celeste sulla terra, l’immagine stessa del Paradiso. Dal 1969 una comunità monastica mantiene in permanenza una presenza spirituale. Dal 1979 l’Unesco ha annoverato Mont-Saint-Michel tra le bellezza del patrimonio mondiale.

 

Iniziamo la nostra visita dall’imponente Abbazia, un monumento unico nel suo genere. Dopo aver percorso un’impervia scalinata di ben 350 gradini arriviamo all’ingresso, acquistiamo il biglietto e l’audioguida.

Tenendo conto della forma piramidale della rocca, gli architetti medievali hanno avvolto gli edifici dell’Abbazia  intorno a questa rupe granitica. La chiesa abbaziale, che svetta sul monte, poggia su cripte che creano una piattaforma lunga 80 metri e in grado di reggere il peso della chiesa. La navata principale, a botte perlinata, presenta arcate, tribune e finestre alte.  Superata la sala delle Guardie, l’ingresso fortificato dell’abbazia, percorriamo la scalinata del Grand Degrè fino alla terrazza del Saut-Gaultier, camminando tra la chiesa e gli alloggi abbaziali, collegati da passaggi sospesi. Arriviamo alla terrazza a ovest, costituita dal sagrato originario della chiesa abbaziale e dalle prime tre campane della navata, andata distrutte nell’incendio del XVIII secolo. Da qui si gode di una splendida veduta sulla baia, dalla scogliera bretone di Cancale a quelle normanne, e si possono scorgere anche due isolotti granitici, il Mont-Dol e l’isolotto di Tombelaine. Al largo, si distingue l’arcipelago delle isole Chausey, da cui proviene il granito utilizzato per costruire l’abbazia. La nostra visita prosegue all’interno del chiostro, che si trova nell’edificio chiamato “La Merveille”, da cui poi raggiungiamo il refettorio, in cui i monaci consumavano i pasti in silenzio, mentre il lettore leggeva dal pulpito sulla parete sud. Quindi ci rechiamo nella Sala degli Ospiti, alla cripta dai grossi pilastri, poi alla cripta di Saint-Martin, dalla quale si giunge attraverso un piccolo passaggio, all’enorme ruota montavivande posta dove si trovava l’ossario dei monaci. Vi è stata sistemata verso il 1820 per distribuire i pasti ai detenuti incarcerati nell’abbazia. Il nostro tour si conclude visitando la cappella di Saint-Etienne, l’ambulacro, la Sala dei Cavalieri, nella quale i monaci studiavano e lavoravano, e la sala dell’elemosiniere, dove i monaci accoglievano i poveri e i pellegrini di ogni condizione.

Andiamo quindi alla scoperta delle altre bellezze di Mont-Saint-Michel, un paese che conta soltanto 44 abitanti.

Vi è un solo ingresso ufficiale al monte, con tre successive porte rinforzate, la porta de L'avanzata, la porta del Boulevard con i suoi cannoni e, infine, la porta del Re, con il suo ponte levatoio. L'ufficio del turismo si trova sulla sinistra all'interno della prima porta (Corps de Garde des Bourgeois). Da segnalare il ristorante La Mere Poulard che si trova sulla sinistra dopo la seconda porta. Ci sono due grandi cannoni sulla piazzetta che segue la porta. Da lì si può salire per l'abbazia, sia dalla strada principale, o dal percorso delle mura e dei suoi giardini che inizia dal ponte levatoio.
La Grand Rue, la strada principale che conduce all’abbazia è caratterizzata da numerosissimi negozi, di arte sacra e non, in cui acquistare qualche souvenir, come oggetti in rame o in terracotta, maioliche.

Risalendo la Grand Rue, troviamo la chiesa di San Pietro, la parrocchiale del villaggio, dove si trova una statua di Giovanna d'Arco. Questa chiesa è stata costruita tra il XV e il XVI secolo e conserva al suo interno una preziosa statua d’argento che rappresenta San Michele. Nelle vicinanze è situato il cimitero. Lungo la Grand Rue sono situati alcuni interessanti musei: il Museo Grévin che ospita antiche collezioni, tra cui armi dipinti, sculture ed orologi; il Museo Marittimo che attraverso una proiezione video spiega il fenomeno delle maree, i pericoli delle sabbie mobili attorno al monte, ed espone il progetto della diga destinata a regolare i flussi delle maree ed eliminare l’insabbiamento della piana tidale. Il museo Tiphaine è invece la casa del cavaliere Bertrand Duguesclin e di sua moglie Tiphaine de Raguenel. Datata XIV secolo, la casa contiene pezzi di mobili, dipinti, armature ed arazzi. Proseguiamo la nostra visita ammirando la casa del Carciofo, la Casa dell’Arcata, la Casa della Sirena, e poi percorriamo il percorso sui Bastioni di Mont St. Michel, costruiti tra la fine del XIV e l’inizio del XV secolo, a difesa del Monte, che inizia dalla porta principale e conduce ai gradini dell’abbazia.

Il culto di San Michele

San Michele, capo supremo dell’esercito celeste, riveste un’importanza particolare nella sensibilità religiosa medievale. Nel Nuovo testamento, San Michele è menzionato nel libro dell’Apocalisse, dove lotta contro un drago, simbolo del demonio, e lo sconfigge. Nell’immaginario dell’uomo medievale, San Michele è colui che guida i defunti e pesa le anime nel giorno del giudizio. Storicamente, il culto di San Michele, molto diffuso in Oriente sin dal IV secolo, fece la propria comparsa in Occidente solo alla fine del V secolo, con l’edificazione di un primo santuario sul Gargano, in Italia, nel 492. Verso il Mille, chiese e cappelle dedicate al Santo si moltiplicarono in tutta Europa. Dopo la Guerra dei Cent’anni, la devozione per l’Arcangelo assunse una dimensione particolare per via della resistenza opposta agli inglesi da Mont-Saint-Michel. Infine tale culto trovò nuovo slancio con la Controriforma: agli occhi della Chiesa, solo l’angelo guerriero avrebbe potuto garantire la lotta all’eresia protestante. Nell’iconografia cristiana, San Michele viene raffigurato con una spada e una bilancia. Le tradizioni e i culti popolari hanno fatto dell’Arcangelo il patrono dei cavalieri e di tutte le categorie professionali legate alle armi e alle bilance. La statua che sovrasta il campanile, restaurata nel 1987, è stata realizzata nel 1897 dallo scultore Emmanuel Frémiet su richiesta dell’architetto Victor Petitgrand, che desiderava coronare la nuova guglia di 32 metri. 

Mangiare e dormire sull’isola è molto costoso. Il ristorante più famoso di Mont-Saint Michel è senza dubbio La mère Poulard, famosa per le sue crepes dal 1888, che offre piatti tipici come l’omelette (fatta con uova, sale, pepe e burro) e l’agnello presalé, una carne pregiata in quanto le pecore si alimentano con l’erba salata che trovano lungo la baia. Nata nel 1852, Annette Poulard aveva appena vent'anni, quando Mont-Saint-Michel, liberatosi della prigione e dichiarato Monumento Storico da parte dello Stato, ha aperto le sue porte al mondo esterno. Annette e Victor decisero quindi di aprire la loro locanda nel 1888 per accogliere pellegrini e buongustai che accorrevano al ristorante per gustare la cucina di colei che ormai era stata soprannominata "Mère Poulard". La sua bravura incredibile ai fornelli e le oltre 700 ricette che ha perfezionato le sono valsi il nome di "Mère Poulard", un titolo onorifico usato per distinguere i più grandi cuochi, cioè le donne chef più talentuose”.

Mont-Saint Michel è il paese delle maree, che si ripetono con alternanze di circa 6 ore l’una dall’altra e sono determinate dalle rispettive posizioni ed allineamenti tra Terra, Luna e Sole. Quando le maree si verificano con la Luna in fase di plenilunio o novilunio, i valori raggiungono le escursioni più ampie, e allora il territorio intorno a Mont-St-Michel si trasforma in modo più pronunciato. Nel caso delle alte maree più intense il mare si estende fino a circondare completamente tutta l’isola, ad eccezione della strada che collega Mont St. Michel alla terraferma, ma parte degli adiacenti parcheggi possono venire sommersi dalle acque. Viceversa durante le basse maree il mare si ritira fino ad arrivare ad oltre 15 km al largo delle coste dell’isola.

 


6 gennaio 2015

Epifania: tradizioni ed eventi in Italia e nel mondo

BUONA EPIFANIA

          

 

Il 6 gennaio si celebra l’Epifania. Ma qual è l’origine della Befana e della sua festa? Personaggio del mito, già noto alla Roma antica, la Befana non è sempre stata un'oscura vecchietta vestita di panni logori. Un tempo si credeva che le fate volassero sui campi guidate dalla dea lunare Diana per propiziare i raccolti in un gesto beneaugurante di buon auspicio nel difficile periodo invernale, finché la chiesa non condannò questi riti pagani considerati come satanici. La leggenda racconta anche che la Befana nel periodo della nascita di Cristo rifiutò di uscire di notte con i pastori per andare a trovare il Bambino appena nato nella grotta. Ci si recò il mattino successivo, provvista di doni, ma quando arrivò non trovò nessuno. Così da quel giorno il suo vagare non conosce sosta, impegnata a far visita ai bambini di tutto il mondo nel tentativo di trovare Gesù. Gli studiosi delle tradizioni etnico-popolari fanno notare come la Befana conservi anche un tratto ambiguo, quasi da strega. Si suppone che essa possa avere qualche sorta di legame con la “vecchia” che si brucia in piazza per festeggiare la fine dell’anno: un simbolo della ciclicità del tempo che continuamente finisce e ricomincia.

Ma la tradizione della bruciatura di fantocci si perde nella notte dei tempi, e discende da tradizioni magiche precristiane, prima di fondersi con elementi folcloristici e cristiani.
E’ infatti una tradizione dei popoli celtici, che erano insediati in tutta la pianura padana e su parte delle Alpi. I Celti celebravano riti durante i quali grandi fantocci di vimini venivano dati alle fiamme per onorare le divinità.

La parola Epifania che deriva dal greco e significa “manifestazione, venuta” ricorda un momento celebre della storia cristiana, la visita dei re Magi a Gesù Bambino, ma al tempo stesso risulta connesso con l'immagine delle calze appese in attesa dei dolciumi e una vecchina in grado di volare sui tetti raggiungendo magicamente ogni bambino.
Secondo altre leggende, nella dodicesima notte dopo il solstizio invernale, si celebrava la morte e rinascita di Madre Natura. Signora bellissima, ma ormai stanca e priva di energie, questa vecchia benevola si aggirava fra le campagne volando con un ramo secco: lo stesso ramo che veniva bruciato nei falò, scintilla del fuoco vitale che termina nel ciclo stagionale dell'anno e simbolicamente torna in questa notte di magia, l'ultima dei giorni di festa.

 

 

Vediamo come viene festeggiata l’Epifania in alcune regioni e città italiane.

 

In Toscana i contadini infilano il capo sotto la cappa del camino: se riescono a scorgere tre stelle, aprono una bottiglia di buon vino perché è un ottimo presagio.

In Romagna, una leggenda dice che “la notte dell’Epifania, le mura diventino di ricotta”. Nell’Italia centrale si tramanda che le bestie la notte del 5 gennaio parlano, ma chi racconta ciò che dicono morirà all’istante.

A Palermo si dice che i Re Magi attraversarono l’isola e fecero fiorire per incanto gli aranceti brulli per una nevicata.

In Calabria le ragazze, prima di addormentarsi, la sera della vigilia, recitano una canzoncina augurale: se sogneranno una chiesa preparata a festa o un giardino fiorito, sarà per loro un anno fortunato. In Friuli infine vengono accesi dei falò nelle campagne (le foghere) e in base a dove si dirigerà il fumo si saprà che annata ci aspetta.

Ogni 6 gennaio a Milano si svolge un folkloristico corteo dei Re Magi che parte dal Duomo e si conclude alla Basilica di Sant’Eustorgio dove avviene la tradizionale offerta al presepe vivente. Al corteo prendono parte, oltre agli immancabili Re Magi, la Banda Civica, le majorette e la Fanfara dei Bersaglieri.

A Roma, in piazza Navona, il 6 gennaio arrivano i Re Magi a cavallo. Ci sono inoltre giostre, artigianato, spettacoli gospel, marionette e rivisitazione di giochi antichi. I Re Magi, al termine del corteo, porteranno i doni a Papa Francesco.

A Venezia la Canottieri Bucintoro rinnova la sfida delle Befane: si parte a bordo delle mascarete all’altezza di Palazzo Balbi, per tagliare il traguardo sotto il ponte di Rialto.

A Padova si tiene il tradizionale gran falò "Brusa la vecia" in Prato della Valle.  

A Napoli, quest’anno la Befana arriva a cavallo all’Ippodromo di Agnano, in occasione dell’inaugurazione del primo centro di ippoterapia dove si terrà un pomeriggio di spettacoli con le guarrattelle e i burattini tipici della tradizione napoletana.

Urbania (PU) è invece la “Casa della Befana”: la manifestazione, giunta alla sua diciottesima edizione, vede il piccolo centro del Montefeltro trasformarsi per accoglierla e celebrarla. Migliaia in piazza, migliaia le calze appese alle finestre, chiavi della città simbolicamente consegnate alla Befana e una calza da record, lunga più di 50 metri, che sfila nella città. Alle ore 18 il momento più atteso, la Befana scende dal campanile a cavallo della sua magica scopa, seguita da uno spettacolo di fuochi pirotecnici, e atterra in piazza per incontrare tutti i bambini.

 

 

 

 

E se in Italia la Befana è una vecchina che a bordo di una scopa porta di notte dolci o carbone ai bambini, come viene celebrata l’Epifania negli altri Paesi del mondo? 

In Francia, nel giorno dell’Epifania si usa preparare un dolce speciale, “la galette des rois”, una torta a base di mandorle nella quale viene nascosta una “fève” che in origine era una vera e propria fava, diventata poi un piccolo pupazzo in ceramica decorata. Chi la troverà nella sua fetta di torta, sarà il ‘re della giornata’.

In Germania, è il giorno della venuta dei Re Magi. Spesso i preti e i chierichetti vanno nelle case per chiedere delle donazioni e recitano anche qualche Verso o intonano una canzone sacra.
Le persone di religione cattolica si recano in chiesa, a Messa, ma in Germania il 6 Gennaio non è un giorno festivo, si lavora come al solito e i bambini vanno a scuola.

In Islanda, il 6 gennaio viene chiamato il tredicesimo, perché da Natale fino a questa data trascorrono 13 giorni. Questo è l’ultimo giorno del periodo festivo nel quale si dice addio al Natale. La giornata inizia con una fiaccolata, alla quale partecipano il Re e la Regina degli elfi. A metà strada arriva anche l’ultimo dei Babbo Natale, il tredicesimo (il primo Babbo Natale arriva l’11 dicembre e poi ne arriva uno ogni giorno fino a Natale, dal 25 dicembre in avanti ne va via uno al giorno). La fiaccolata finisce con un falò e con dei fuochi d’artificio.

In Romania, la festa dell’Epifania rappresenta la venuta dei Re Magi ed è un giorno festivo. Ancora oggi in alcuni paesi i bambini vanno lungo le strade e bussano alle porte per chiedere se possono entrare per raccontare delle storie. Di solito come compenso ricevono qualche spicciolo. Anche i preti si recano di casa in casa per dare la benedizione.

In Russia, la Chiesa Ortodossa celebra il Natale il 6 gennaio. Secondo la leggenda i regali vengono portati da Padre Gelo accompagnato da Babuschka, una simpatica vecchietta.

In Spagna, il 6 gennaio tutti i bambini si svegliano presto e corrono a vedere i regali che i Re Magi hanno lasciato. Il giorno precedente mettono davanti alla porta un bicchiere d’acqua per i cammelli assetati, qualcosa da mangiare e una scarpa. In molte città si tiene il corteo dei Re Magi, che sfilano per le vie cittadine su dei carri riccamente decorati.

In Ungheria, il giorno dell’Epifania i bambini si vestono da Re Magi e poi vanno di casa in casa portandosi dietro un presepe e in cambio ricevono qualche soldo.

In alcuni paesi del Portogallo, per festeggiare l’Epifania, piccoli gruppi di persone si riuniscono con strumenti come tamburelli e flauti e si recano nelle case a cantare le cosiddette “Janeiras“. In origine ricevevano in cambio dolci tradizionali e frutta secca che condividevano a fine giornata. La tematica delle canzoni è incentrata ovviamente sulla nascita di Gesù e questa tradizione è molto amata dai bambini che possono guadagnare così qualche soldo.




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1 gennaio 2015

BUON 2015!

HAPPY NEW YEAR 2015!




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31 dicembre 2014

Alla scoperta di Termoli, splendida città del Molise

           

“L'acqua del mare di Termoli scompare al sole in luogo solitario... listata di rosso e nasconde alla vista il gruppo meravigliosamente candido delle Isole Tremiti. Dove approda trova un letto di sabbia brillante che ne fa più evidente la chiarezza...” (Francesco Jovine)

 

Vi portiamo alla scoperta di una graziosa città in provincia di Campobasso: Termoli. Arroccato su di un piccolo promontorio roccioso, il borgo antico di Termoli si protende verso il mare Adriatico, e guardando verso est si intravede, nelle giornate limpide, il profilo dell’arcipelago delle isole Tremiti. Termoli è il porto più importante della regione Molise, e con Vasto è il porto commerciale più attivo di questa zona dell’Adriatico, oltre che un borgo di pescatori che forniscono al mercato del pesce e ai numerosi ristoranti le migliori qualità di pesci dell’Adriatico centro-meridionale.


 

 

 

 

Il borgo antico è formato da stradine strette e tortuose, che si stringono attorno al Duomo, la chiesa principale, un imponente monumento di arte romanica, con oltre 900 anni di storia. Il portale d’ingresso e la facciata hanno uno stile pugliese ma con influssi pisani. Sempre all’interno del borgo antico si trova il Castello Svevo. Esso venne innalzato intorno al Duecento e rientra nel sistema di fortificazione ideato da Federico II di Svevia. L’edificio prende la sua denominazione dall’imperatore Svevo, il quale volle la ristrutturazione del Castello nel 1247. Nei secoli il Castello ha subito delle variazioni per poterlo adattare alle armi da fuoco. Le mura e i bastioni furono rinforzati agli inizi del Novecento. Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i danni provocati al monumento resero necessari dei lavori di ristrutturazione. Nel 1885 il Castello Svevo è stato dichiarato monumento nazionale e qualificato come museo storico regionale. Il monumento è formato da una torre poggiante su una base quadrata ai cui angoli si collegano quattro torri cilindriche. La Torre si sviluppa maggiormente in altezza sul lato che si affaccia verso il mare con antiche funzioni di avvistamento e difesa. Interessanti sono le diciture settecentesche rinvenute nelle sale al pian terreno, utilizzate come carcere. Sono difatti riportati nomi, date e ragione della carcerazione. Il mare migliore si trova a fianco del Castello dove si apre la spiaggia di S. Antonio che prende il nome dalla vicina chiesa sita nella Termoli ‘nuova’. Le acque del mediterraneo sono limpide e in caso di mare calmo acquistano una meravigliosa colorazione verde smeraldo.

Proseguendo la nostra visita, incontriamo la Cattedrale di Santa Maria della Purificazione. La Chiesa fonda le sue origini nel VI secolo, quando un luogo di culto venne edificato sulle macerie di un tempio romano. L’attuale edificio fu eretto tra il XII e il XIII secolo, danneggiato da un terremoto nel 1464 e da un’offensiva dei turchi nel 1566, fu in seguito risistemato. La chiesa presenta tre navate e tre absidi con sostegni circolari. Il fronte del monumento arriva fino a un’altezza di 22 metri ed è poggiato su un basamento rialzato due metri rispetto al livello del terreno. La parte inferiore della Cattedrale di Santa Maria della Purificazione, più datata, è costituita da sette archi con delle bifore, le quali si differenziano tra loro. L’arcata centrale è più ampia e ospita il portale. Un’iscrizione in una lunetta di una bifora commemora Stasio Grimaldi di Giovanni che finanziò in parte la costruzione del Duomo cittadino. All’interno è stata compiuta un’opera di ristrutturazione nel 1932 per riportare il tutto allo stato originario

La Chiesa di Maria SS. Della Vittoria in Valentino si erge fuori dal centro abitato della città di Termoli, in provincia di Campobasso. L’edificio di culto fu costruito per mano dei frati Cappuccini nel Cinquecento su un’altura dominante la valle del Sinarca, con il fine difensivo. L’edificio fu in parte distrutto dai turchi durante un’invasione nel 1566 portando al trasferimento dei Cappuccini in altra sede lasciando il convento per sempre. La facciata è molto semplice e segue le regole francescane. Internamente, l’edificio si presenta a una sola navata ed ha quattro archi a tutto sesto. Interessante è l’acquasantiera posta all’ingresso che, si pensa, sia una delle rare cose non distrutte dai turchi. Nell’ultimo ventennio, si stanno compiendo delle opere di restauro per permettere ai fedeli di esercitare le funzioni religione. L’altare ospita un dipinto cinquecentesco della Madonna col Bambino e altri affreschi di San Sebastiano e San Giovannino posti ai lati. Si può ammirare inoltre un dipinto della Madonna della Vittoria risalente al 1545, anno di fondazione del monumento.

Nella Chiesa di San Timoteo sono invece conservate le reliquie del teschio di San Timoteo, le quali sono venerate da oltre sette secoli. Nel 1945, durante dei lavori di ristrutturazione della cripta, fu trovato un loculo coperto da una lapide in marmo che riportava un’iscrizione attestante la morte del Santo. I resti di San Timoteo hanno una storia lunga. Nel 356, Artemio, prefetto d’Egitto, rubò i resti agli efesini conducendoli a Costantinopoli nella Basilica degli Apostoli. Quest’ultima fu danneggiata nel 536 da un incendio e, nonostante ciò, le reliquie rimasero intatte. La città vide l’avvento della IV Crociata nel 1204, in seguito alla quale numerosi saccheggi vennero compiuti dai Crociati. Da quel momento non si hanno notizie certe sulle reliquie e si ipotizza che dei cittadini di Termoli, partecipanti alla Crociata, ne entrarono in possesso trasportandole sino alla cattedrale della propria città, nella quale furono salvaguardate per i secoli successivi. Nel 1994 il Vescovo Domenico D’Ambrosio fece ripulire le reliquie constatando un ottimo stato conservativo Altre architetture religiose.

Di notevole importanza sono inoltre l'ex seminario vescovile situato in piazza S.Antonio, Piazza Vittorio Veneto con il suo palazzo e i suoi giardini, il Monumento ai caduti, la Chiesa di Sant’Anna e la Chiesa della Madonna delle Grazie.

Da Termoli si possono fare interessanti escursioni via mare, alle Isole Tremiti, e in particolare all’isola di San Domino.

 

 

 

La gastronomia termolese è tipicamente marinara, ma fa ampio uso dell'olio prodotto sulle colline vicine. Il piatto tipico per eccellenza è u’ bredette alla termolese, pasto serale dei pescatori di ritorno a casa dalle paranze. Altri piatti tipici sono: Pasta alla chitarra con sugo di seppie e/o calamari; I fesille (i fusilli con sughi di verdure in bianco o al ragù al pomodoro); I sécce (seppie) e 'pisille; I pulepe 'mbregatorie (I polpi "in purgatorio"); I trejje (le triglie) alla 'ngorde (ingordo); I trejjezzole (triglie piccolissime); U pappòne (il pappone); A mertiscene (la torpedine); I tubettini con 'i maruzzelle (pasta [tubetti] con lumachine di mare); I pulepe arrecciate (polpi con olio di oliva in padella); U scescille, I scarpelle di Natale: pasta di pane lievitata e fritta; I cacate de ciavele: piccole palline di pasta fritta ricoperte di miele.

Essendo la vita marinara storicamente legata con quella civile della città, le ricorrenze e le tradizioni di Termoli sono molto legate al mare, come testimonia la festività di San Basso, celebrata annualmente il 4 agosto, nella quale un simulacro del Santo viene portato in processione su diverse imbarcazioni fino a ritornare nella città vecchia. Termoli ospita inoltre il Cinefestival, il Kimera International Film Festival, una kermesse cinematografica internazionale giunta alla sua dodicesima edizione e organizzata da una associazione locale, il Cineclub Kimera.

Un’altra tipicità di Termoli è quella dei trabucchi, un'imponente costruzione realizzata in legno strutturale, formata da una piattaforma protesa sul mare ancorata alla roccia da grossi tronchi di pino d'Aleppo, dalla quale si allungano, sospesi a qualche metro dall'acqua, due (o più) lunghi bracci, detti antenne, che sostengono un'enorme rete a maglie strette detta trabocchetto. Questa antica macchina da pesca, tipica delle coste garganiche, molisane ed abruzzesi è tutelata come Patrimonio monumentale dal Parco Nazionale del Gargano.


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25 dicembre 2014

Buon Natale!

 

Buon Natale a tutti!          




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24 dicembre 2014

I piatti regionali tipici italiani di Natale e le tradizioni più strane del mondo

            

 

Natale è alle porte. Quali sono i piatti tipici che gli italiani prepareranno? Scopriamoli regione per regione.

Abruzzo: primi piatti: minestra di cardi, zuppa di castagne e ceci, lasagna con macinato, mozzarella e parmigiano. Tra i secondi troviamo agnello arrosto e bollito di manzo. I dolci tradizionali, diversi per ogni provincia, sono: calcionetti fritti (panzerottini dolci con marmellata d'uva nera detta scrucchiata, ceci, noci tritate, mandorle triturate, mosto e cacao), ferratelle, ostie con ripieno di mandorle, noci e miele, neole, noci atterrati (mandorle con acqua e zucchero) e scrippelle.

Basilicata: primi piatti: minestra di scarole, verze e cardi cotta in brodo di tacchino e salami con aggiunta di formaggio grattugiato e a pezzettini, baccalà lesso con peperoni cruschi, strascinati al ragù di carne mista, piccilatiedd, pane con le mandorle, pettole (pasta lievitata fritta con alici) e come dolci i calzoncelli (panzerotti fritti ripieni di salsa di ceci o castagne lesse.) Il tutto accompagnato dal vino Aglianico del Vulture.

Calabria: come antipasti, crespelle ripiene alle alici e salumi Dop come salsiccia, capicollo, pancetta e soppressata con aggiunta di pecorino crotonese e caciocavallo silano. Tra i primi, le scillatelle (o fileya) con ragù di maiale, minestra maritata con verdure di campo e fagioli, mentre tra i secondi capretto al forno alle erbe selvatiche con patate, pesce stocco di Cittanova (spugnato con l'acqua dello Zomaro) con la 'ghiotta (sughetto di olio, cipolla, pomodori, olive, capperi e uvetta). Come contorno, il broccolo calabrese saltato in padella e condito con peperoncino. Tra i dolci, fichi a crocetta ricoperti al cioccolato, torroncini, dolci al cedro e al bergamotto. Vini e liquori: Cirò, liquirizia e grappa al peperoncino.

Campania: minestra maritata di cicoria scarola e 'borraccia' (erba amara in brodo di cappone con aggiunta facoltativa di uova sbattute con peperoncino e carne di vitello, spaghetti alle vongole, cappone imbottito e insalata di rinforzo (cavolfiore, sottaceti misti, peperoni detti papacelle, olive di Gaeta e acciughe salate) accompagnate dalle immancabili friselle (crostini di pane circolari) e dai broccoli con aglio e peperoncino. Come dolci struffoli, roccocò e frutta secca.

Emilia Romagna: come antipasto il tradizionale culatello di Zibello, mentre tra i primi tagliatelle al ragù, lasagne, tortellini in brodo (con ripieno di carne) e passatelli in brodo. Tra i secondi, cotechino di Modena, zampone con lenticchie, puré e mostarda, formaggio di fossa con la Saba (mosto cotto e aromi naturali). Tra i dolci, il Panone di Natale di Bologna (a base di farina, mostarda di mele cotogne, miele, cacao, cioccolata fondente e fichi secchi). Come vini il Pignoletto dei Colli bolognesi e il Sangiovese.

Friuli Venezia Giulia: brovada e muset (zuppa di rape e cotechino) con polenta, trippa, sugo, formaggio, cappone e il dolce la gubana (noci, mandorle, uvetta, miele, vino e rhum, avvolto in sfoglia).

Lazio: per la vigilia la tradizione privilegia fritto misto di verdure (broccoli e carciofi), baccalà fritto e il capitone. Per il giorno di Natale abbacchio al forno con patate e cappelletti in brodo, bollito misto e tacchino ripieno. Dolce: panpepato e pangiallo (frutta secca e canditi con farina, miele e cioccolato).

Liguria: maccheroni in brodo, ravioli alla genovese (ripieno di vitello, animelle, uova, erbe, pangrattato e parmigiano), stecchi fritti (spiedini di rigaglie di pollo con funghi freschi, besciamella e parmigiano), cappone lesso e cappon magro (piatto fatto esclusivamente di verdure o di pesce), salcicce e spinaci, faraona al forno con carciofi e come dolce il pandolce (impasto di farina, uvetta, zucca candita a pezzetti essenza di fiori d'arancio i pinoli pistacchi semi di finocchio latte e marsala), canditi, torrone, uva, fichi secchi e noci innaffiati dal vino Rossese di Dolceaqua.

Lombardia: consommè di cappone in gelatina, tortellini o casoncelli in brodo, cappone ripieno con tritato, uova, grana e mortadella, accompagnato da mostarda di Cremona, stecchini (spiedini di pollo e vitello) con insalata e come dolce il Pan di Toni e il panettone.

Marche: maccheroncini di Campofilone in sugo, cappelletti in brodo di carne, vincisgrassi (timballo di manzo macinato, salsiccia, pollo tritato, prosciutto crudo, a volte con aggiunta di funghi) e cappone arrosto. Come dolci la pizza de Nata' (pasta di pane con frutta secca, uvetta, cioccolato in polvere, limone e arancio grattugiati, fichi e zucchero) e il fristingo (impasto di fichi, cioccolato, canditi e frutta secca). Tra i vini, la Vernaccia di Serrapetrona, vino cotto e vino di visciole (ricavato dalle tipiche amarene).

 

Molise: zuppa di cardi, pizza di Franz in brodo caldo (pezzettini di pizza a base di uova parmigiano grattugiato e prezzemolo al forno), baccalà arracanato (mollica di pane aglio prezzemolo origano uva passa pinoli e noci) o baccalà al forno con verza, prezzemolo, mollica di pane, uvetta e gherigli di noci. Per dolce i Calciuni a base di farina, vino, castagne lessate, rhum, cioccolato, miele, mandorle, cedro candito, cannella, uova e vaniglia. Come vini il Montepulciano o il Trebbiano.

Piemonte: cappone di Morozzo al forno, bue bollito di Carrù e Moncalvo, insalata di carne cruda all'albese, peperoni in bagna cauda (salsa a base di olio, aglio e acciughe), acciughe al verde, flan del cardo, tayarin con pancetta petto d'oca affumicato, agnolotti al plin con sugo d'arrosto e risotto con radicchio, cappone arrosto, misto di bollito con salse, carote e patate al forno. Dolci: mousse di mele rosse Igp, torta di nocciole e zabaione, torrone d'Alba.

Puglia: cime di rape stufate, panzerotti fritti con ripieno di mozzarella, pomodoro e formaggio o con ricotta scuantr, anguilla arrostita con alloro, baccalà in umido (con cipolla e olive), baccalà fritto, agnello al forno con lambascioni, cuturidd. Come dolce le pettole (frittelle tonde che si possono anche intingere nello zucchero), le cartellate (dolci fritti a forma di rosa e guarniti con miele o mosto), il torrone e i porcedduzzi (frittelline piccolissime con miele o zucchero), fichi secchi e pasticceria di mandorle.

Sardegna: tra gli antipasti salsiccia, pecorino e olive 'a schibeci'. Culurgiones de casu (ravioli ripieni di pecorino fresco, bietola, noce moscata e zafferano) conditi con sugo di pomodoro e pecorino grattugiato, gnocchetti sardi al sugo di salsiccia, agnello con patate al forno, porcetto al mirto. Tra i contorni verdura di stagione come sedano, finocchio e ravanelli. Tra i dolci, ricotta con miele, le seadas al miele. Tra i vini Cannonau e Moscato.

Sicilia: sfincione (pizza a base di cipolla), scacce ragusane, cardi in pastella e gallina in brodo, insalate di arance con aringa e cipolla, agnello al forno, sformato di anellini al forno con ricotta, pasta con le sarde e sarde a beccafico (ripiene di mollica, pinoli, bucce di arance, foglie di alloro e uva passa), carne con pancetta coppata con contorno di sparaceddi e caponata. Per dolci, Buccellati di Enna (dolci tipici ripieni di fichi secchi), cassate e cannoli, mustazzoli a base di mandorle, cannella e chiodi di garofano e cubbàita (torrone di miele con nocciole e mandorle o pistacchi). Vini: di Alcamo e dell'Etna e Zibibbo di Pantelleria.

Toscana: crostini di fegatini, brodo di cappone in tazza o cappelletti in brodo, arrosto di faraona, anatra, fegatelli e tordi con insalata oppure cappone ripieno e sformato di gobbi. Dolci: i cavallucci e i ricciarelli.

Trentino: canederli (polpettine di pane raffermo, speck, pancetta e salame, farina, uova, latte e brodo condite con spinaci, funghi o fegato di vitello): possono essere serviti in brodo o conditi, una volta lessati, anche con burro fuso e formaggio oppure ragù di carne. Strangolapreti conditi con burro, salvia e parmigiano, capriolo o capretto al forno con patate. Come dolci strüdel o zelten.

Umbria: cappelletti ripieni di cappone e piccione, contorno di cardi umbri, cappone bollito e come dolce il panpepato (farina, noci, cioccolato fondente, mandorle, scorza di arancia candita, uva passa, miele, pinoli, nocciole, pepe macinato e vino rosso), le pinoccate fatte di zucchero e pinoli e il torciglione serpentello di pasta dolce con mandorle.

Valle D'Aosta: mocetta in crostini al miele (salume di muscolo di vacca, pecora o capra essiccata e aromatizzato con erbe di montagna, ginepro e aglio), lardo con castagne cotte e caramellate con miele, crostini con fonduta e tartufo, zuppa alla Valpellinentze (cavolo, verza, fette di pane raffermo, fontina, brodo, cannella e noce moscata, salsiccia con patate e carbonata valdostana con polenta (sottili strisce di carne macerate nel vino rosso con aromi). Come dolce pere a sciroppo servite con crema di cioccolato e panna montata (pere cotte con zucchero, vaniglia, chiodi di garofano, acqua e vino rosso, ridotte a sciroppo), tegole (pasticcini secchi) e caffè mandolà molto robusto alle mandorle tritate.

Veneto: come antipasto salumi vari (soppressa e salsiccia luganega), tra i primi brodo di cappone, risotto al radicchio, gnocchi al sugo d'anatra. Come secondi, polenta e baccalà, lesso di manzo 'al cren' (salsa di rafano) con contorno di purè di patate. Tra i dolci il pandoro di Verona, la mostarda con il mascarpone, il mandorlato di Cologna Veneta. Per innaffiare il tutto un Amarone della Valpolicella o un Raboso delle terre del Piave e alla fine un brindisi augurale con le bollicine del Prosecco di Conegliano o di Valdobbiadene.

     

Ora vediamo invece quali sono le usanze più strane del mondo legate al Natale.

 

In Catalogna (Spagna): alla vigilia di Natale i bambini colpiscono il loro "Caga Tió" (un tronco d'albero avvolto da una coperta) con un bastone mentre cantano una filastrocca, affinché espella tutti i dolcetti e regali. I bambini accudiscono il loro Caga Tió sin dall’8 dicembre e lo coprono con una coperta così che non senta freddo.

In Portogallo: non sparecchiano la tavola dopo la cena della vigilia di Natale, lasciandola imbandita durante la notte, per i parenti defunti.

In Germania: la notte del 5 dicembre i bambini mettono le loro scarpe fuori perché San Nicola le riempia con dolcetti e caramelle.

In Inghilterra: inseriscono una moneta di cioccolato nel Christmas Pudding, un dolce tipico natalizio fatto con mandorle, frutta candita e rum. Tradizione vuole che, chiunque trovi la moneta, avrà fortuna in futuro.

Negli Stati Uniti: è tradizione preparare latte e biscotti per Babbo Natale.

In Australia: come preparano la cena di Natale in Australia? Con un succulento barbecue sulla spiaggia.

In Giappone: il pranzo di Natale in Giappone è a base di Kentucky Fried Chicken.

In Islanda: mangiano pelle cruda di balena.

In Francia: durante la cena della Vigilia, i francesi mangiano ben 13 tipi di dolci.

In Venezuela: le persone si recano alla Messa di Natale sui pattini a rotelle.

In Galles: si travestono da cavallo morto e cantano di porta in porta nella speranza di poter rimediare cibo o bevande gratis.

 




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2 novembre 2014

Alghero, la bellissima Capitale della Riviera del Corallo.

 

Vi portiamo alla scoperta di una bellissima città della Sardegna: Alghero, la capitale della Riviera del Corallo. Raggiungibile agevolmente grazie al suo aeroporto di Fertilia, Alghero è una città ricca di storia, natura e tradizione. Il centro cittadino si trova a circa 25 minuti di bus dall’aeroporto.

Il nostro tour alla scoperta di Alghero inizia dalle torri e dai bastioni spagnoli, testimonianza delle dominazioni avvenute nel corso dei secoli. Si parte dai bastioni di Marco Polo, un’area pedonale che dalla Torre di San Giacomo si estende sino alla Torre della Polveriera, opposta alla Garita Reial (o Torre della Lanterna), e proseguendo nella passeggiata, si possono ammirare le torri difensive di San Giacomo, di San Giovanni, di Vincenzo Sulis e della Maddalena, fino ad arrivare ai bastioni di Magellano. I Bastioni sono un luogo di incontro molto amato da turisti e residenti, infatti la zona è animata da caffè e ristoranti e la vista sulla Rada è meravigliosa. Infine si raggiunge l’ultima torre, la Torre di Sant’Elmo nota come “La Madonnina” per la statua che la sovrasta. Da qui è possibile osservare tutto il porto e il lungomare. Una scalinata ci conduce, attraverso Porta Mare, in Piazza Civica, il cuore dell’antico centro storico dove un tempo si trovavano le sedi istituzionali più rappresentative de l’Alguer: Palazzo de Ferrera, Casa de la Ciutat, e Palazzo della Dogana (Duana Reial). Il centro storico, con i suoi vicoli e negozi, è molto caratteristico. Ci addentriamo tra le viette e andiamo a visitare la  Cattedrale di Santa Maria, risalente al XVI secolo. E’ la sede della diocesi di Alghero-Bosa. Rappresenta uno dei simboli della città catalana, con la torre del suo campanile che svetta dall’alto sulle abitazioni. Costruita con tecniche che rimandano alla Catalogna, è un mix di diverse epoche storico-artistiche. All’interno appare austera e spoglia ma con un maestoso altare. Vi sono poi la Chiesa di San Francesco, la Chiesa di San Michele con la sua celebre cupola policroma, la Chiesa della Misericordia che custodisce il prezioso Santcristus (simulacro ligneo proveniente dalla Spagna), l’ex chiesa della Madonna del Rosario oggi sede del Museo Diocesano d’Arte Sacra, e i palazzi che testimoniano la storia aragonese-catalana e quella successiva legata al Regno dei Savoia. Ad Alghero si trova il suggestivo Museo del Corallo che espone il cosiddetto “Oro rosso” ed è ospitato nella Villa Constantino. L’esposizione all’interno del museo segue un percorso che porta il visitatore alla scoperta della storia, della cultura e dell’identità della città attraverso la leggenda del Corallo, una delle principali risorse del mare algherese, utilizzato fin dall’antichità per scopi di culto e legato a molte tradizioni. La città ospita anche l’Acquario (in Sardegna ci sono due acquari, l’altro si trova a Cala Gonone). Si trova a pochi metri dalla Torre di Sulis e comprende una nutrita esposizione permanente di pesci sia marini che di acqua dolce, e la grande tartaruga di mare che pesa oltre 100 chili. E’ l’unico acquario in Italia ad ospitare esemplari di Pesce Pietra, tra i più velenosi del mondo.

Partendo da Alghero si possono fare alcune interessanti escursioni, come quella al Complesso Nuragico di Palmavera, alla Necropoli di Anghelu Ruju o alle Grotte di Nettuno. A circa 12 km dalla cittadina è situato il complesso nuragico di Palmavera, classificato come nuraghe “complesso”, ossia composto da diverse torri unite tra loro. Infatti questo complesso nuragico ospita diverse costruzioni e ha fatto venire alla luce molti reperti ospitati nei principali musei della Sardegna (Cagliari e Sassari). Un vero gioiello della civiltà nuragica. La Necropoli di Anghelu Ruju è la più vasta necropoli della Sardegna prenuragica. Situata nell’entroterra, a circa 9 km da Alghero, fu scoperta casualmente nel 1903, durante gli scavi per la costruzione di una casa colonica, in quell’occasione vennero ritrovati un cranio umano e un vaso tripode. Gli scavi successivi su una decina di domus de janas ne fecero venire alla luce altre 38 e con esse numerosi altri ritrovamenti di utensili e oggetti. Nel bellissimo promontorio di Capo Caccia, a circa 24 km da Alghero, si trovano le splendide Grotte di Nettuno, all’interno dell’area marina protetta. Entrare nelle grotte è possibile solo se le condizioni meteo-marine sono ideali, quindi soprattutto nel periodo estivo. Per accedervi ci sono due possibilità: una scalinata di 656 gradini lungo la parete del massiccio di Capo Caccia, la cosiddetta Escala del Cabirol (in catalano, La scala del capriolo); oppure via mare, scelta questa consigliata se si vuole anche visitare parte della meravigliosa costa algherese. L’interno è meraviglioso, con bellissime stalattiti e stalagmiti, i fondali del mare sono magnifici e i panorami mozzafiato.

Imperdibile il tramonto sul lungomare di Alghero, il rosso del sole che si specchia nel mare blu, che bagna la spiaggia bianca. Un’atmosfera magica. Una delle spiagge più belle è Le Bombarde, a circa 3 km da Fertilia e a una decina da Alghero, una lunghissima spiaggia di sabbia bianca fine, inclusa nel parco naturale regionale di Porto Conte, che comprende anche una pineta con un parco divertimenti per bambini e dove è possibile veder pascolare i cinghiali allo stato brado.

Tra i souvenir tipici di Alghero ci sono i coralli (bracciali, collanine, ecc.), gli oggetti realizzati con il sughero, cappelli, grembiuli e biancheria per la casa finemente ricamata dalle ricamatrici.

Tra i piatti caratteristici della cucina locale troviamo l’aragosta alla catalana, accompagnata da un Terre Bianche Torbato Alghero DOC, i bogamarì (ricci di mare), le Agliate e le zuppe di pesce della tradizione rivisitate, oltre ai classici gnocchetti sardi, malloreddus, cullurgiones alla menta. Tra i dolci ricordiamo la crema Catalana, accompagnata da un bicchiere di vino Passito Alghero Doc, e le sebadas.

Durante l’anno ad Alghero vengono organizzati interessanti eventi e sagre come: la Settimana Santa di Alghero; la Sagra del Bogamarì (riccio di mare) nei fine settimana tra gennaio e marzo; i Festeggiamenti in onore di Nostra Signora della Mercede, la prima settimana di agosto; la Fiera di San Giovanni con Los Pintores de La Muralla a fine giugno.


29 settembre 2014

La Cascata delle Marmore: un posto magico, immerso negli splendidi scenari della natura

           

 

C’è un posto magnifico, immerso nei magici scenari della natura, a un’ora di strada da Roma e a 7 chilometri da Terni: la Cascata delle Marmore. Un luogo meraviglioso, che consigliamo di andare a visitare. E’ la cascata più alta d’Europa, con i suoi tre salti copre un dislivello di 165 metri, avvolgendo la flora circostante in una nuvola di schiuma bianca. E’ inserita nel territorio della Valnerina ternana e nel Parco Fluviale del Nera chiamato anche Parco delle Acque, un’area protetta che trova proprio nella cascata il suo punto di eccellenza: un ambiente straordinariamente ricco di testimonianze culturali, storiche e ambientali. La leggenda sulle origini della Cascata delle Marmore viene fatta risalire ad una storia d’amore. Il pastorello Velino si innamorò della bella ninfa Nera che si bagnava nelle acque sottostanti. Rifiutato da lei, si gettò dall’alto della rupe per unirsi alla sua amata eternamente.  Lo scenario che si svela agli occhi del visitatore è frutto di oltre duemila anni di lavoro da parte dell'uomo che, a partire dall'età romana, ha tentato di canalizzare le acque del fiume Velino per farle precipitare nel sottostante fiume Nera. La sua storia ha inizio nel 271 a.C., quando il console romano Curio Dentato intraprese un'opera di bonifica della pianura reatina realizzando un canale di oltre due chilometri fino al ciglio della rupe di Marmore.
In archeologia, l'impronta lasciata dagli antichi sul territorio è testimoniata da numerosi reperti rinvenuti nell'arco degli anni. Affermatasi nel corso dei secoli come uno dei fenomeni più grandiosi della natura, la Cascata delle Marmore divenne ben presto protagonista anche nell'arte e nella letteratura, e fu scelta come mèta da quegli intellettuali che, lungo il percorso del Grand Tour, raggiungevano l'Italia per intraprendere studi sulla classicità.
Nell'ultimo ventennio del XIX secolo la Cascata divenne strumento di regolamentazione del sistema idrico e fu utilizzata a scopi energetici per la nascente industria al punto che lo sfruttamento delle acque a fini industriali prevalse sulle connotazioni naturalistiche, intellettuali e turistiche.


Oggi il Parco delle Marmore accoglie il visitatore conducendolo, attraverso vari sentieri escursionistici, alla scoperta di rocce e grotte che ne caratterizzano la geologia.

Il sentiero 1 (antico passaggio) è abbastanza difficoltoso ed è sconsigliato a chi ha problemi cardiocircolatori o di ipertensione/ipotensione. E’ l’itinerario storico della cascata, collega il Belvedere Inferiore al Belvedere Superiore, dove si trova la Specola, loggiato fatto costruire nel 1781 da Papa Pio VI. A circa metà percorso si trova il tunnel che porta al “Balcone degli innamorati”, che si trova di fronte al primo salto della cascata, tanto che serve un impermeabile per potervi sostare. Si tratta di un terrazzino posto alla fine del tunnel omonimo (il "Tunnel degli Innamorati"), incastonato nella roccia di travertino a pochi centimetri dalla cascata. Deve il suo nome al fatto che è il luogo preferito dai fidanzati e perché, in fondo, la cascata delle Marmore si lega al mito di San Valentino, primo vescovo di Terni (III sec. d.C.), patrono della città e protettore degli innamorati. La leggenda del “velo da sposa” narra che il santo, per dimostrare la purezza della bella Nerina messa in dubbio dal compagno, percosse la rupe col bastone pastorale facendo scaturire un getto d’acqua capace di formare un grandioso velo da sposa.

Il sentiero 2 (anello della Ninfa) è facilmente raggiungibile. L’itinerario, tramite scalette e ponticelli, raggiunge il cuore della Cascata con una vista spettacolare sul secondo e terzo salto.

Il sentiero 3 (l’incontro delle acque) offre scorci suggestivi sulle gole del fiume Nera.

Il sentiero 4 (la maestosità) è un percorso a scalini che sale sul monte Pennarossa raggiungendo due punti panoramici con una meravigliosa veduta frontale della Cascata.

Il sentiero 5 (la rupe e l’uomo) offre scorci panoramici sulla Valnerina e permette la visioni delle prese di carico d’acqua dell’ex centrale, nonché di pozzi di consolidamento della rupe.

Il sentiero 6 (i lecci sapienti), consigliato agli escursionisti, è un itinerario storico-naturalistico che collega la biglietteria superiore a quella inferiore della cascata e percorre parte della “Via di Francesco”. 

C’è infine la Fantapasseggiata, pensata per i bambini, che vengono accompagnati alla scoperta della Cascata dallo Gnefro, il folletto buono e dispettoso che abita nel Parco.

Tra le diverse attività proposte nel Parco, c’è anche il rafting sulle acque del fiume Velino.

La Cascata è visibile nella sua massima portata a orari prestabiliti, quando avviene il rilascio delle acque.

E dopo aver goduto di questo spettacolo incantevole, che lascia veramente senza parole tanto è magnifico, dopo aver visto da vicino la maestosa Cascata con la sua imponente portata d’acqua, ed essere stati bagnati dai suoi spruzzi, in uno scenario rilassante e suggestivo, con un arcobaleno stupendo ad abbracciare la cascata, siamo ripartiti alla volta di Assisi, per proseguire il nostro viaggio alla scoperta dell’Umbria, dopo aver fatto tappa in un chiosco locale per assaggiare una delle prelibatezze della zona: il panino con la porchetta e acquistare da un cercatore i tartufi neri appena raccolti, per preparare una volta tornati a casa un prelibato risotto con il tartufo e gli strangozzi con tartufi e funghi porcini.   


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19 agosto 2014

Napoli, tra storia, musica, teatro, sole, mare e magia

“Napule è mille culure, Napule è mille paure

Napule è a voce de' creature che saglie chianu chianu

E tu sai ca nun si sule” (Pino Daniele)

Vi portiamo alla scoperta di una città meravigliosa: Napoli. Iniziamo il nostro viaggio da Spaccanapoli, la strada che va dai Quartieri Spagnoli al quartiere di Forcella, tagliando in linea retta la città. Ha origini antichissime: è infatti uno dei tre decumani in cui i romani, basandosi sulla costruzione greca, organizzarono Napoli.

Spaccanapoli è un mix di colori e di profumi, di artisti e artigiani, di palazzi antichi e di chiese, insomma rappresenta al meglio l’anima della città. Proseguiamo verso la Piazza del Gesù che racchiude tre gioielli, la Chiesa del Gesù Nuovo, l'Obelisco dell'Immacolata e il Monastero di Santa Chiara. La Chiesa del Gesù Nuovo è una splendida costruzione del barocco napoletano, con marmi, decorazioni e dipinti. La leggenda vuole che l'edificio sia stato costruito con pietre magiche capaci di attrarre energie positive. All’interno è situata la cappella di San Giovanni Bosco, con migliaia di ex voto appesi alle pareti, come ringraziamento lasciato dai miracolati. L'Obelisco della Piazza è anch'esso avvolto dalla leggenda: osservato in alcune ore della giornata, grazie ad un gioco di luci ed ombre, permette di intravedere l'immagine della morte. Il Monastero di Santa Chiara nasce per volontà di Roberto D'Angiò ed è stato, sotto gli Angioini, il fulcro delle cerimonie civili e religiose. Accanto al monastero c’è il Chiostro maiolicato con i pilastri interamente ricoperti da maioliche blu, gialle e verdi. Il chiostro costituisce una vera e propria oasi di pace nel cuore di Napoli. Camminando arriviamo in Piazza San Domenico Maggiore, al cui centro è collocato il monumentale obelisco voluto dai Domenicani come ringraziamento per la fine della pestilenza nel 1556 e la Basilica in stile barocco. Poco distante è situata la Capella Sansevero. Una leggenda racconta di un uomo ingiustamente arrestato che, mentre veniva trasportato in carcere, vicino al muro della proprietà dei De Sangro, invocò l'aiuto della Beata Vergine. In quel momento il muro crollò portando alla luce un dipinto della Madonna. Scagionato, l'uomo fece restaurare il dipinto, divenuto poi oggetto di devozione, e attorno all’opera sorse la Cappella. Il luogo divenne presto meta di pellegrinaggio, la gente si rivolgeva al dipinto sacro per ottenere le grazie. Al centro della navata della Cappella Sansevero, c’è una perla di rara bellezza artistica: il Cristo velato, una delle opere più suggestive del mondo realizzata nel 1753 dall’artista napoletano Giuseppe Sanmartino, su commissione del principe Raimondo di Sangro. Inizialmente l’opera doveva essere realizzata da Antonio Corradini, che però morì nel 1752 e fece in tempo a terminare solo un bozzetto in terracotta del Cristo, oggi conservato al Museo di San Martino. La particolarità del Cristo Velato sta appunto nel velo. Da oltre duecentocinquanta anni, viaggiatori, turisti e anche alcuni studiosi, increduli dinanzi alla trasparenza del sudario, lo hanno erroneamente ritenuto frutto di un processo alchemico di “marmorizzazione” compiuto dal principe di Sansevero. In realtà, il Cristo Velato è un’opera interamente in marmo, ricavata da un unico blocco di pietra. Piazzetta Nilo era invece la patria degli Alessandrini. Qui fecero costruire una statua del Dio Nilo raffigurato come un vecchio barbuto, seminudo, che appoggia i piedi sulla testa di un coccodrillo. Quando si parla di Napoli non si può non citare il grande Diego Armando Maradona, El Pibe de Oro, il calciatore divenuto una leggenda per i napoletani che lo adorano ancora oggi tanto da aver costruito in suo onore un Altarino, una teca nella quale è custodita una foto di Maradona e un suo capello. Proseguendo attraverso Spaccanapoli incontriamo il Sacro Monte di Pietà, un Palazzo risalente al 1539, quando un gruppo di nobili napoletani volle creare un’istituzione benefica che elargisse prestiti senza fini di lucro. Gli affreschi all’interno sono avvolti da cornici di stucco dorato, mentre le tre sale e la Cappella accolgono il Museo che custodisce arredi e dipinti del Banco di Napoli e una collezione di oggetti liturgici. Arriviamo a San Gregorio Armeno, la suggestiva Via Dei Presepi, una delle strade più famose della città. Durante tutto l’anno si può respirare l’atmosfera natalizia grazie ai bottegai che lavorano per creare presepi in sughero e statuine in terracotta, non solo tradizionali ma anche raffiguranti personalità legate all’attualità. Alla fine di San Gregorio Armeno si incontra Via dei Tribunali, sulla quale si affaccia la chiesa di San Lorenzo Maggiore, dove trovano sepoltura alcuni illustri personaggi come molti membri della famiglia angioina, il musicista Francesco Durante e il letterato Giovan Battista della Porta. La Torre Campanaria che sovrasta la Chiesa è stata usata come rifugio per le armi durante i moti del 1647 e per questo è chiamata Torre di Masaniello. La chiesa conserva importanti scavi archeologici che permettono di visitare l’antica agorà greca, uno dei luoghi da cui è partita la storia di Napoli. Alla fine di Spaccanapoli c’è un posto straordinario, un Ospedale delle Bambole, che dal 1840 si prende cura e ripara le bambole rotte. L’idea venne a Luigi Grassi, scenografo dei teatri di corte e dei teatrini dei pupi, dopo che una mamma gli chiese di aggiustare una bambola e da quel giorno l’ospedale non ha mai smesso di curare i suoi malati speciali.

La tappa successiva è stata Palazzo Reale, costruito per volere del vicerè don Fernando in occasione della possibile visita del Re Filippo III a Napoli. Il Palazzo Reale fu commissionato a Domenico Fontana nel 1600, che lo consegnò dopo due anni, anche se non completamente finito. Peccato però, che il Re Filippo III cambiò idea e rimandò la sua visita a Napoli a data da destinarsi. Il Palazzo si compone dell'Appartamento Reale, della Cappella Reale, dei giardini e del Teatrino di corte. La Cappella è stata il centro della scena musicale napoletana, fu costruita nel XVII secolo su disegno di Cosimo Fanzago e dedicata all'Assunta. Tra i vari dipinti e cimeli che la Chiesa conserva, c’è l'altare barocco di Dionisio Lazzari, costruito per la Chiesa di Santa Teresa degli Scalzi e trasportato da Gioacchino Murat. Oggi la Cappella viene utilizzata come Museo e custodisce opere quali un Cristo di bronzo dorato attribuito al Vinaccia. Dal 1919 l'Appartamento Reale è adibito a museo con il nome di Appartamento Storico, esso racchiude tutte le stanze 'di etichetta' al Piano nobile. Si tratta di sale usate all'epoca per cerimonie istituzionali e di rappresentanza. Prima scuola di equitazione poi sede dell'Università, il Museo Archeologico di Napoli venne inaugurato nel 1816 e oggi è uno dei più importanti nel mondo per la qualità e la quantità delle opere che custodisce. Il Re Ferdinando IV intendeva creare a Napoli un imponente istituto per le arti e, a distanza di oltre due secoli, si può dire che le sue ambizioni siano state realizzate. Il Museo Archeologico, oltre a contenere i ritrovamenti degli scavi di Pompei, ospita reperti dell'età greco-romana, le antichità egizie ed etrusche della collezione Borgia e le monete antiche della collezione Santangelo. Ma a Napoli ci sono tanti altri luoghi imperdibili, a cominciare dal Duomo, che nel Museo situato al suo interno, conserva il Tesoro di San Gennaro, Santo Patrono della città, a cui i napoletani sono molto devoti, e raccoglie reliquie e oggetti preziosi, diventati oracoli di fede. Il Tesoro comprende anche statue, candelabri e argenti vari, che i devoti hanno gelosamente protetto durante i numerosi saccheggi della città. Il Duomo ospita il battistero più antico d'Occidente (il Battistero di San Giovanni in Fonte) e tre volte l'anno accoglie il rito dello scioglimento del sangue di San Gennaro. L'antica Reggia Borbonica nella quale si trova il Museo di Capodimonte, è uno degli spazi verdi più belli di tutta Napoli. Il Museo raccoglie alcune opere di grandissimi maestri della pittura, come Botticelli, Goya, Tiziano e Caravaggio. Lungo le 110 sale e i tre piani del Museo di Capodimonte, si snoda un percorso che parte dal piano nobile con la Galleria Farnese e l'Appartamento Reale, prosegue al secondo piano con la Galleria Napoletana e si conclude con la collezione ottocentesca e quella di Arte Contemporanea. Capodimonte è l'unico museo al mondo dove all'arte antica si affianca quella contemporanea. Spostandosi in direzione lungomare si arriva alla maestosa Piazza del Plebiscito, che ospita ogni anno i più importanti concerti. Nelle vicinanze visitiamo la Galleria Umberto I, luminosa e piena di negozi e bar e il Real Teatro di San Carlo, tra i teatri lirici più belli e famosi del mondo. Costruito nel 1737, può ospitare più di duemila spettatori e si compone di un palco reale, un loggione e un palcoscenico di 34x33metri.

 

Proseguiamo la nostra visita recandoci all’imponente Castel Nuovo o Maschio Angioino, che ha all’interno il Museo Civico di Napoli e poi arriviamo finalmente a via Partenope, affacciata sul meraviglioso mare con il Vesuvio che osserva da lontano. Ci rechiamo al Castel dell’Ovo e saliamo sulla Terrazza dei Cannoni dalla quale si ha una vista mozzafiato sul Golfo di Napoli. La nostra visita prosegue a Mergellina, ai Campi Flegrei dove si trova lo Stadio San Paolo e al Vomero, quartiere in cui è situato Castel Sant’Elmo, un castello medievale che sorge nel luogo in cui c’era la Chiesa dedicata a Sant’Erasmo. Questa fortezza, in parte ricavata dal tufo giallo, trae origine da una torre d’osservazione normanna chiamata Belforte. Oggi il castello è adibito a museo con mostre temporanee, fiere e manifestazioni. Con il bus raggiungiamo infine Posillipo, il luogo in cui vengono girati gli esterni della famosa soap Un Posto al Sole e poi facciamo ritorno a Napoli. Meritevole di una vista è sicuramente anche la Napoli sotterranea, dove anfratti, grotte e cunicoli sotterranei, raccontano una storia parallela alla vita della città in superficie. Nella Napoli sotterranea la gente ha condotto un'altra vita, sfruttando il suo interno in mille modi, anche come prezioso rifugio durante i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale. E’ da questi cunicoli che è nata la leggenda del "munaciello", uno spiritello del folclore napoletano.

Ma Napoli non è solo storia, cultura, paesaggi straordinari, è molto di più. Non possiamo non parlare della gastronomia, della musica napoletana e del teatro.

Mozzarelle di bufala, limoncello di Sorrento, taralli, scialatielli, spaghetti, ragù, lasagne, pasta con frutti di mare, fritture di pesce, braciole e soffritto, torte dolci e salate. Insomma un trionfo di profumi, colori e sapori eccezionali. Per non parlare dei dolci: babà al rhum, struffoli, pastiere, zeppole, sfogliatelle ricce e frolle e chi più ne ha più ne metta (vi consigliamo le pasticcerie: La sfogliatella Mary, in Galleria Umberto I, da Scaturchio in Piazza San Domenico Maggiore, Bellavia che ha sede in diverse parti della città, tra cui al Vomero, e dal 1925 fonde le specialità napoletane e quelle siciliane, dando vita a squisiti dolci; Antico Forno fratelli Attanasio in vico Ferrovia 3; Caffè Gambrinus, uno dei più prestigiosi caffè della città, in Piazza Trieste e Trento).

   

E poi c’è lei, la Regina di Napoli, la pizza Margherita, inventata dal pizzaiolo Raffaele Esposito in onore della Regina. Esposito la condì con pomodoro, mozzarella, olio e basilico, creando uno dei piatti più buoni e invidiati in tutto il mondo. In qualunque pizzeria di Napoli andrete potrete gustare la vera e deliziosa pizza napoletana (vi segnaliamo tra le altre Sorbillo, in Via dei Tribunali 32, e la Pizzeria di Matteo, in via dei Tribunali 94).

 

E veniamo alla musica, canzoni senza tempo che ogni volta che si ascoltano regalano emozioni, che hanno fatto sognare ed innamorare milioni di persone in Italia e nel mondo. Brani scritti da grandi autori come Totò, Libero Bovio, Aniello Califano, Alessandro Sisca, Edoardo Nicolardi, Salvatore Di Giacomo, e cantate da interpreti famosi come ad esempio Luciano Pavarotti, Lucio Dalla, Roberto Murolo, Peppino Di Capri, Renato Carosone, Bruno Venturini, Massimo Ranieri, Renzo Arbore, Domenico Modugno, Dalida, Frank Sinatra, Enrico Caruso, Andrea Bocelli, Mario Merola, il Re della Sceneggiata, Enzo Gragnaniello, Teresa De Sio, Gigi D’Alessio, Gigi Finizio, Nino D’Angelo, Lina Sastri, Gloriana, Sal Da Vinci, Pino Daniele.     

Chi non ha mai ascoltato canzoni come “Torna a Surriento”, “Maruzzella”, “Caruso”, “Tu si na cosa grande”, “Era de maggio”, “Na sera e maggio”, “I’ te vurria vasa’”, “A rumba de scugnizzi”, “Indifferentemente”, “Luna caprese”, “Munastero e Santa Chiara”, “Tu vuo fa’ l’americano”, “O’ Zappatore”, “Lacreme napulitane”, “Anema e core”, “O’ paese do sole”, “Te voglio bene assaje”, “Luna rossa”, "Resta cu mme", "Dicitencello vuje”, “Dduje paravise”, “Tu ca nun chiagne”, “A città e pulecenella”, “Comme facette mammeta”, “Tammurriata nera”, “‘E spingole frangesi”? Per risalire alle radici di quella che sarà la musica "pop" partenopea bisogna tornare al Medioevo, durante il regno di Federico II. A quei tempi il Vomero non era ancora un popoloso quartiere di Napoli, ma un colle rigoglioso di faggi e castagni punteggiato da casali e da lavandaie che intonavano "villanelle" (così venivano chiamate le canzoni agresti a tema amoroso cantate a più voci) e note appunto come Canti delle lavandaie del Vomero. Di qualche tempo più tardi è Michelemmà, storia di una ragazza rapita dai pirati saraceni durante una delle frequenti scorrerie sul litorale campano (Michela a mare), canzone a ballo dal ritmo allegro nella quale si scorgono i caratteri tipici della tarantella. A Piedigrotta, nel 1839, viene presentata una canzone che ben presto diventerà un “tormentone”, si tratta di Te voglio bene assaje, pezzo che ebbe un successo travolgente (se ne venderanno subito 180.000 copielle, fogli con il testo della canzone stampato), che veniva cantata e fischiata davvero da tutti, al punto da indurre qualche napoletano a lasciare la città per non rischiare di impazzire. Sulla nascita di questo brano fiorirono molti aneddoti, chi raccontò che il Sacco, affermato rimatore salottiero napoletano improvvisasse questi versi nei riguardi di una signorina con la quale aveva avuto una relazione, chi attribuì la musica a Donizetti. Il brano rappresenta l'atto di nascita della canzone italiana d'autore. Ma oltre al successo, questo pezzo ha il merito di lanciare l'usanza di diffondere i nuovi pezzi in occasione della festa della Vergine. Il 7 settembre di ogni anno, quindi, alla festa della Natività di Maria, in mezzo a carri festanti e luminarie, si presentano al pubblico i nuovi brani che gli artisti hanno preparato per la stagione. Nasce così il Festival di Piedigrotta, precursore del Festival di Sanremo, che darà successo a pezzi quali Funiculì Funiculà, 'E spingole frangesi, 'O sole mio.

Vediamo nel dettaglio la storia di alcune tra le più celebri canzoni napoletane, che spesso vengono accompagnate dal magico suono del mandolino.

O Surdato ‘nnamurato è stata scritta ai tempi della prima guerra mondiale da Aniello Califano e descrive la nostalgia di un soldato napoletano mandato al fronte, costretto a stare lontano dalla donna che ama e dalla sua città. Core ‘ngrato è invece stata composta da un emigrato calabrese, Alessandro Sisca. Il brano affronta la tematica dell’amore non ricambiato in toni fortemente drammatici ed è rivolto ad una donna (Catarì, Caterina) che ha preso e ferito irrimediabilmente il cuore dell’artista. Reginella, la canzone preferita dall’attrice Anna Magnani, fu scritta nel 1917 da Libero Bovio. Anche in questo caso al centro del testo poetico vi è il tema dell’amore sfiorito. L’artista rievoca i momenti più belli della sua storia d’amore vissuta con la sua donna. “O’ Cardillo” cui si fa riferimento, sarebbe un uccellino che cinguettava nei giorni felici della coppia e che ora che Reginella non c’è più, è libero di volare via. L’immenso Antonio De Curtis, in arte Totò, nel 1951 presta la sua arte al mondo della musica napoletana scrivendo la canzone Malafemmena, dedicata a sua moglie Diana, che era venuta meno al loro patto matrimoniale, dopo che Totò l’aveva nuovamente tradita. O’Sole mio è la canzone napoletana più famosa nel mondo. Scritta nel 1898 dal cronista Giovanni Capurro, fu musicata da Eduardo Di Capua nella città di Odessa. Entrambi gli autori morirono di stenti e non seppero mai di aver regalato al mondo uno fra i pezzi più belli della musica napoletana. Il testo di O’sarracino, scritto da Renato Carosone e Nisa nel 1958, descrive un affascinante napoletano a cui le donne non sono in grado di resistere. Don Raffaè è stata scritta da Massimo Bubola e Fabrizio De Andrè, un veneto e un ligure, ma riprende fedelmente uno dei temi cari al repertorio napoletano, la vita in carcere. Il punto di vista è però quello di un secondino, al servizio del boss “don Raffaè”, una figura ispirata al camorrista Raffaele Cutolo, a cui domanda un lavoro per il fratello disoccupato, poiché lo stato se ne disinteressa. Il tema centrale di Funiculì Funiculà, composta e scritta da Luigi Denza e Peppino Turco, celebra l’inaugurazione della funivia del Vesuvio del 1879. Cu’mme è stata scritta nei primi anni ‘90 da Enzo Gragnaniello ed è interpretata da Roberto Murolo e Mia Martini. Non ha una storia secolare come le altre canzoni, ma la musica e le parole regalano emozioni che arrivano dritte al cuore. Santa Lucia è la prima canzone in dialetto napoletano tradotta in italiano. Scritta nel 1849 da Teodoro Cottrau, racconta di un barcaiolo che invita la gente a fare un giro sulla sua imbarcazione e ad ammirare le bellezze del rione marinaro di Santa Lucia. Il brano è stato esportato in America e in Scandinavia dove, tradotto nella lingua di appartenenza, è divenuto un classico. La versione più celebre è quella cantata da Enrico Caruso. Voce e’ notte fu scritta nel lontano 1903 dal poeta Edoardo Nicolardi. Il testo della canzone descrive le vicende dello stesso poeta innamorato della bella e giovane Anna costretta dal padre a sposare un ricco signore di trentacinque anni più grande di lei.

Infine il teatro, una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città.

Il teatro napoletano pre-Novecento fu sostanzialmente legato alla maschera di Pulcinella. Il personaggio nacque verso la fine del Cinquecento dall'attore Silvio Fiorillo, e fu portato in scena ad inizio Seicento dall'attore Andrea Calcese. Pulcinella rappresenta da sempre il modo tutto napoletano di vedere il mondo, personaggio di umile rango sociale che, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione, riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Importante, per il teatro napoletano, è il modo in cui è "rielaborato" a partire dall'Ottocento. L'ultimo, e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu infatti  Antonio Petito, che lo trasformò da servo sciocco a cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlesco, modernizzandolo e permettendone così la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta, che ebbe il compito di impersonare nella compagnia di Petito, Felice Sciosciammocca, sostenitore comico di Pulcinella. Alla morte di Petito, e con la scomparsa del personaggio di Pulcinella, Scarpetta si fece interprete del cambiamento di gusti del pubblico napoletano. Eliminò quindi definitivamente la maschera introducendo personaggi della borghesia cittadina che mantenessero però immutati i caratteri farseschi della tradizione. Le sue commedie su Felice Sciosciammocca (come ad esempio "Il medico dei pazzi" o "Miseria e nobiltà") ottennero un enorme successo a Napoli. L'epoca d'oro del "cafè-chantant" a Napoli coincise con i grandi successi delle più spigliate canzonettiste, tra queste vanno citate Elvira Donnarumma, detta 'a capinera napulitana, e Gilda Mignonette. Tra gli attori teatrali più importanti ricordiamo Raffaele Viviani, che nelle sue opere mise in scena la plebe, i mendicanti, i venditori ambulanti: un'umanità disperata e disordinata che vive la sua eterna guerra per soddisfare i bisogni primari; i tre più celebri fratelli del teatro italiano, Eduardo De Filippo, Peppino De Filippo e Titina De Filippo, che iniziarono giovanissimi a calcare le scene e nel 1931, dopo aver formato una loro compagnia teatrale, esordirono insieme con l'atto unico “Natale in casa Cupiello”. Eduardo De Filippo nel Dopoguerra raggiungerà un successo clamoroso con le commedie Napoli Milionaria e Filumena Marturano ambientate in una Napoli disillusa al termine della Seconda Guerra Mondiale, che s'imposero su scala anche internazionale. Più sul burlesco si allineò invece Peppino, abbandonando per vari screzi Eduardo e lanciandosi spesso in compagnia di un mito del cinema italiano, Antonio De Curtis, detto Totò, in memorabili commedie e giungendo persino sul punto di fondare una propria compagnia di prosa "La compagnia teatrale italiana". Negli anni Sessanta, per la trasmissione televisiva "Scala reale", Peppino De Filippo interpretò il personaggio “Pappagone”, che divenne una maschera del teatro napoletano. Titina invece, rimasta col fratello Eduardo, si affermò nel ruolo di Filumena Marturano. E poi c’è il sopracitato Totò, attore simbolo dello spettacolo comico in Italia, soprannominato «il principe della risata». Come non ricordare i suoi innumerevoli film, tra cui “I tartassati, “Totò, Peppino e la malafemmena”, “Siamo uomini o caporali”, “L’Oro di Napoli”, “Totò sceicco”, “Napoli milionaria”, Totò a colori”? Totò fu l'attore farsesco, ma anche l’attore della commedia a sfondo realistico e supremo interprete tragico, insomma un vero e proprio mito, uno dei più grandi attori della storia del cinema e del teatro italiani. Tra i tantissimi interpreti del teatro napoletano vanno menzionati anche Gustavo De Marco, Pupella Maggio, Carlo e Aldo Giuffrè, Nino Taranto, Roberto De Simone, Massimo Troisi, Isa Danieli.

 

Napoli è anche la città del regista premio Oscar per "La Grande Bellezza" Paolo Sorrentino, la città a cui la mitica Sofia Loren è legatissima e nella quale ha girato molti film, da "L'Oro di Napoli" al recentissimo "Voce umana" diretta da suo figlio Edoardo Ponti. 

Napoli è tutto questo e molto di più, ma per scoprire fino in fondo la sua magia la cosa migliore è visitare questa magnifica città.   


19 agosto 2014

Siena, la Città del Palio

Siena è una splendida città situata sulle dolci colline toscane, che attrae il visitatore con paesaggi e angoli di grande bellezza. La nostra visita alla città del Palio inizia dalla magnifica Piazza del Campo, considerata una delle più belle piazze del mondo. Ha una caratteristica forma di conchiglia a 9 spicchi, particolare che si può ammirare solo dall'alto della Torre del Mangia. Dal 1300 è il centro della vita di Siena ed ha svolto la funzione di mercato e luogo di raccolta dei senesi durante momenti politici importanti, feste e giostre. La leggera pendenza rende più imponente la sagoma del Palazzo Pubblico con la Torre del Mangia, mentre tutta la piazza è contornata dalle facciate dei palazzi nobiliari. Il rito turistico per eccellenza prevede che ci si sieda o ci si stenda a terra ad ammirare il pezzo di cielo che si apre sopra la piazza, nella quale è situata la Fonte Gaia, la più bella delle fonti d'acqua senesi. Quella che si ammira oggi in Piazza del Campo è una copia della fonte che Jacopo della Quercia scolpì tra il 1409 e il 1419.

Due volte l’anno, precisamente il 2 luglio in onore della Madonna di Provenzano e il 16 agosto in onore della Madonna Assunta, Piazza del Campo diventa teatro dell’evento più importante della città: Il Palio, una competizione fra le contrade di Siena nella forma di una giostra equestre di origine medievale. La corsa viene tradizionalmente chiamata “carriera”. In occasione di avvenimenti eccezionali, di ricorrenze cittadine o nazionali ritenute rilevanti e pertinenti, la comunità senese può decidere di effettuare un Palio "straordinario", corso tra maggio e settembre. L'ultimo si è tenuto nel 2000, per celebrare l'ingresso nel Nuovo Millennio. Secondo alcune fonti, fu probabilmente in ricordo della memorabile battaglia di Montaperti (1260) e dello scampato pericolo, che i senesi decisero di indire il famoso Palio. Circa una settimana prima del Palio viene presentato il drappellone che il Comune ha commissionato ad un artista locale (nel caso del Palio di luglio) o di fama internazionale (nel caso del Palio di agosto o di uno straordinario). Nel primo dei quattro giorni di festa (29 giugno o 13 agosto) si tiene la "tratta", ossia l'estrazione a sorte e il successivo abbinamento dei cavalli alle contrade in gara. Tale operazione avviene in Piazza del Campo, e vi partecipano il sindaco di Siena, i dieci capitani delle contrade che prendono parte alla corsa, i tre "Deputati della Festa", oltre a un segretario e a due paggetti. Vengono predisposte due urne: nella prima vengono inserite dieci ghiandine contenenti proprio i numeri dall'1 al 10 (che corrispondono ai dieci cavalli partecipanti); nella seconda, quelle con i nomi delle dieci contrade. I due paggetti vengono incaricati di estrarre una ghiandina alla volta per ogni urna: è il sindaco a leggere ad alta voce i nomi estratti e l'abbinamento ai cavalli. Sull'anello di pietra serena intorno alla Piazza, si corrono in tutto sei prove, durante le quali i fantini hanno la possibilità di conoscere meglio il comportamento del cavallo che monteranno e di farlo abituare alla Piazza, ai suoi rumori e ai ritmi propri della corsa. Tra gli appuntamenti che segnano l'avvicinarsi della "carriera" vi sono la cena della prova generale, la cosiddetta "messa del fantino" e la benedizione di cavallo e del fantino stesso. Ad ogni Palio partecipano 10 contrade, scelte a sorte e secondo un particolare regolamento che consente la costante rotazione delle partecipanti. Le contrade che corrono il Palio di Siena sono in totale 17: Aquila, Bruco, Chiocciola, Civetta, Drago, Giraffa, Istrice, Leocorno, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Pantera, Selva, Tartuca, Torre, Valdimontone. Il Palio del 2 luglio 2014 è stato vinto dal Drago, con il fantino Alberto Ricceri detto Salasso, in sella a Oppio, mentre il Palio del 16 agosto ha visto il successo della Civetta, con il fantino Andrea Mari, detto Brio in sella a Occolè. La seconda tappa è stata la Torre del Mangia, alta 88 metri, che prende il nome da Giovanni di Duccio, primo custode che si godeva la vita spendendo tutti i suoi guadagni mangiando nelle osterie di Siena. I senesi lo avevano ribattezzato Mangiaguadagni, da cui Torre del Mangia. La leggenda racconta che durante la costruzione ai piedi della torre siano state seppellite monete portafortuna e che ad ogni angolo della torre ci siano pietre con scritte latine ed ebraiche, con il compito di tenere lontani dalla Torre tuoni e tempeste. Salendo i circa 400 gradini della Torre del Mangia si arriva alla sommità dalla quale si ha una visuale mozzafiato su Siena. Il Palazzo Pubblico è il luogo per eccellenza del potere politico della città. Infatti, dal Governo dei Nove del 1300 fino ad oggi, tutti i governanti di Siena hanno risieduto qui. E’ considerato uno dei più bei palazzi civili d'Italia, da sempre ammirato per la maestosità e l'armonia. Nel Palazzo si trova il Museo Civico di Siena, con i famosi affreschi di Ambrogio Lorenzetti che rappresentano l'Allegoria del Buono e Cattivo Governo, straordinario racconto di come il modo di governare sia l’elemento che decide il benessere o la decadenza di una società. Il Museo Civico conserva anche un’altra importante opera, la Maestà di Simone Martini, che i Nove fecero dipingere a testimonianza della grande devozione dei Senesi per la Vergine Maria.

Un altro luogo da visitare è sicuramente lo splendido Duomo. La facciata è in prevalenza di colore bianco e nero. La Chiesa è dedicata a Maria Assunta. I gioielli più importanti si trovano all'interno: il pavimento, pieno di simboli esoterici e storie religiose, con tutte le Sibille della tradizione, ma anche la Strage degli Innocenti, il Re David ed Ermete Trismegisto, la vita di Mosè e il Sacrificio di Iefte. Nella navata sinistra, si apre la Libreria Piccolomini, affrescata da Pinturicchio e subito dopo c’è la Cappella Piccolomini, dove Michelangelo lavorò dal 1501 al 1504 scolpendo le 4 statue delle nicchie inferiori. Il pulpito invece è stato realizzato da Nicola Pisano, con scene bibliche e della vita di Gesù.
Alle spalle del Duomo di Siena, si trova il Battistero costruito nel 1325. Per molti secoli qui sono stati battezzati tutti i senesi, illustri e non. Sulle tre navate sono posizionati gli affreschi di Benvenuto di Giovanni (I Miracoli di Sant'Antonio da Padova - 1460), Pietro degli Orioli (La Lavanda dei Piedi) e Lorenzo di Pietro detto il "Vecchietta" (affreschi delle volte con Articoli del Credo 1447/1450). Ma il protagonista del Battistero è il Fonte Battesimale in bronzo e marmo, a cui lavorarono importanti artisti come Jacopo della Quercia, Giovanni di Turino, Lorenzo Ghiberti e Donatello, che realizzò anche gli angeli in bronzo che decorano il ciborio.

Meritano una visita la Chiesa Cateriniana di San Domenico che conserva la Testa Sacra, venerata reliquia di Santa Caterina da Siena, il complesso museale di Santa Maria della Scala, che fonde la storia antica e moderna della città con grandi opere d'arte, il Museo dell’Opera del Duomo che espone La Maestà di Duccio di Buoninsegna, capolavoro unico nella storia dell'arte, la Pinacoteca Nazionale che conserva opere di Simone Martini, di Duccio di Buoninsegna e di altri importanti artisti senesi. Se avete tempo il consiglio è di passeggiare per le stradine di Siena, tra salite e discese, girando per i suggestivi quartieri, ciascuno dei quali rappresenta una contrada del Palio, il cui stemma è spesso appeso alle finestre e alle porte delle case e dei negozi, segno tangibile dell’immensa passione dei senesi per il Palio. E per concludere in bellezza, diamo uno sguardo alla cucina locale, che offre piatti tipici come il cinghiale (Cinta alla senese), e la lepre preparata con crostini, pappardelle  e carne alla brace. I crostini possono anche essere accompagnati da salumi, pecorino, miele. Un altro piatto classico è la ribollita, mentre tra i dolci ricordiamo i cantucci, i ricciarelli, i cavallucci e il panforte, accompagnati dal Vin Santo. Tra i vini troviamo i pregiati Chianti, Brunello di Montalcino, Montepulciano e la Vernaccia di San Gimignano.


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